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TRA MUCCHE E MERLUZZI: LO SHOW DELLE MIE CONVINZIONI INFANTILI
C’è un detto, nella mia città, che recita: “la scienza pei i zuccù è ‘n’gran tormento”, che tradotto in italiano corrente corrisponde a: “le empiristiche cognizioni, per coloro che per avventura di torbido intelletto sono dotati, costituiscono una ragguardevole tribolazione”. Ora, siccome tale adagio si attaglia perfettamente alla mia augusta persona, dato che io e la scienza corriamo su due binari paralleli e soprattutto il mio treno viaggia con otto ore di ritardo perché sono particolarmente portata per il non capire mai le cose al primo colpo (ma spesso nemmeno al secondo), ho deciso di mettervi a parte della top five delle mie puerili convinzioni, scientifiche e non.
Quinto posto:
Un negozio di antiquariato lungo il viale più trafficato di Jesi si chiama “Al Baratto”. Da piccola mi risultava estremamente difficile riuscire a leggere quell‘“Al” come una preposizione articolata, e l’unica spiegazione plausibile era che “Al” fosse il nome e “Baratto” il cognome. E alla luce di ciò (ma questo lo penso ora, all’epoca ero troppo piccola) magari il negozio è solo una copertura per una bisca di poker clandestina gestita da mafiosi italo-americani.
Quarto posto:
Da piccola ero molto dispiaciuta del fatto che avessimo in casa solo il classico telefono Telecom bianco con i tasti neri, perché in quel modo non sarei mai stata in grado di comporre un “numero verde”.
Terzo posto:
Che la scienza non sarà mai il mio mestiere mi è stato chiaro fin da piccola. A quei tempi, ero fermamente convinta che nella gola ci fossero, diretti verso lo stomaco, due tubicini distinti: uno serviva per incanalare il cibo solido, l’altro i liquidi. Così, ogni volta che qualcuno si strozzava mangiando, era perché il solido era andato nel tubicino dei liquidi e viceversa. Ecco, a me all’epoca sembrava una spiegazione più che ragionevole.
Secondo posto:
Una volta, nel corso di una passeggiata in campagna, ci fermammo a guardare una mandria di mucche al pascolo. Fu lì che venni colpita da un’improvvisa chiarezza interiore e finalmente capii (se avessi saputo cosa significasse “eureka” l’avrei certamente gridato) da dove provenisse il latte al cioccolato: dalle mucche marroni. Come sopra, mi sembrava anche questa una spiegazione più che ragionevole (o forse “la spiegazione più ragionevole”), ma ancora oggi per tale spiegazione vengo, in famiglia, fatta oggetto di sberleffo. Ora sono venuta a conoscenza della meravigliosa esistenza del Nesquik, ma quel gruppo di mucche marroni ogni tanto mi torna in mente.
Primo-epico-posto:
I bastoncini Findus sono stati un mio cruccio per anni. Non so quanti anni di preciso, ma certo troppi. Immagino che quando ero piccola il concetto di “panatura” fosse talmente fantascientifico da non poter venire da me nemmeno lontanamente contemplato. Così, credevo che il merluzzo venisse pescato proprio in quel modo, arancione e rettangolare e l’unico lavoro che la Findus doveva fare era tagliare la testa e la coda. E non riuscivo proprio a capire per quale motivo, spezzando il bastoncino, riuscissi a vedere il bianco all’interno, perché ovviamente i bordi che ospitavano la testa e la coda erano ancora arancioni pur dopo essersi visti asportare le suddette estremità.
Sono consapevole che tutto ciò possa drasticamente cambiare il modo in cui mi possa vedere la gente, dopo che abbia letto queste imbarazzantevoli confessioni. Ero piccola e ingenua, che vi devo dire. Ci siamo passati tutti! Forse non con i bastoncini Findus, per quello mi tengo stretta il primato, ma ci siamo passati tutti. Se non altro, era divertente. Comunque, ho anche detto e fatto tante cose intelligenti. Solo che al momento non me ne viene in mente nessuna.