Nightfall On The Grey Mountains

If you're lucky enough to be different, don't ever change

5 note &

SOMEDAY I’LL BE SINGING THIS AT THE GRAMMY’S


Il mio gatto Floppy ha l’abitudine, quando mamma si alza per andare al lavoro, di fare colazione con lei, e di rubarle sempre un pezzettino di biscotto. Poi la segue in bagno a mordicchiare le matite mentre la genitrice si trucca, e attende impazientemente che lo porti fuori, perché è abituato a passare l’intera giornata a scorrazzare per il parco. Tutto questo avviene più o meno alle sei e mezza della mattina.

Ora, poiché pare che stiano girando il film The Day After Tomorrow - Marche Edition, Floppy non esce da una decina di giorni e ciondola per casa senza far nulla come, beh, me.

Il fatto è che ier… ogg.. stanot… oh, insomma, il 12 febbraio c’era la cerimonia dei Grammy Awards, che volevo proprio guardare perché non è che io la mattina debba alzarmi e studiare. Un bel quattro ore di show che per gli abitanti di questa parte del globo si sarebbe protratto fino alle cinque e mezza di mattina.

Ora, mamma oggi ha avuto il turno di mattina, ma non ricordandomi a che ora si alzasse, per evitare (perché sono troppo giovane per essere sciolta nell’acido) di farmi trovare in piedi davanti a un live streaming, ho deciso di usare il gatto come pretesto ed indagare, perché se le avessi chiesto a random “ma… mamma, tu quando fai la mattina a che ora ti alzi?” sarebbe stato oltremodo losco, conoscendo la capacità di mia madre di fiutare e individuare atteggiamenti sospetti.

Così ho pensato di tentare di carpire le informazioni di cui avevo bisogno per macchinose vie traverse: “ma… mamma, adesso che c’è la neve e Floppy non esce, quando ti alzi per andare al lavoro lui che fa?” “Niente, dorme” è stata la risposta. Mannaggia. Nessuna informazione utile.

Sennonché poco più tardi la genitrice mi viene a dire che sarebbe dovuta andare a lavorare, anziché nel reparto prematuri dove è regolarmente di stanza, al nido per cambiare il turno a una collega, e un’ora prima (alle sei). Va bene che in genere ho il criceto nel cervello in pausa lattuga, ma che il karma ci stesse mettendo lo zampino l’avevo intuito. “Un’ora prima? Quindi timbri il cartellino [anzi, dato il meteo farebbe meglio a timbrare lo skypass] alle sei? Anziché alle sette? E’ una bella fregatura [leggetelo con tono empatico e molto, molto ruffiano]. Ti alzi anche un’ora prima… quindi alle…” “Alle quattro e tre quarti”. Poker face. Se avessi avuto in programma di star su fino alle cinque e trenta, con la sveglia di mamma che suona alle cinque e tre quarti, tutto sarebbe andato liscio come uno sputo su una maniglia di una porta ma invece, siccome karma is a bitch, con la sveglia alle quattro e tre quarti le mie possibilità di farmi sgranare i denti col cric crescevano esponenzialmente. Io non vorrei pensare che questo sia il modo che ha l’universo per dirmi che forse dovrei smettere di guardare in diretta la tv americana, andare a dormire quando Cristo comanda, come direbbe babbo, e svegliarmi per studiare ma comincio a insospettirmi. Forse dovrei davvero cominciare a prestare attenzione ai segnali che mi manda l’universo. Come quando mi salta la connessione a internet, penso sempre che sia il suo modo per dirmi “vada a studiare, cazzo”.

Oppure no. Comunque.

Alla fine in barba a tutto ho guardato i Grammy’s. Mi sono piazzata bel bella davanti al Mac, ho imprecato un paio di minuti in dialetto ionico perché il live streaming faceva i capricci e mi sono sorbita due ore di red carpet in cui mi sono resa conto che dopo aver visto The Help ogni volta che vedo una donna di colore penso che sia uscita da uno dei casting per il film.

Ma andiamo avanti.

Per quanto riguarda lo show in sé, vi propino alcune considerazioni personali:

- poiché già durante il red carpet la gente su Twitter diceva “tizio ha vinto diciotto Grammy’s” “Caio ha vinto diciotto Grammy e la fornitura per un anno di lonza affumicata” e via di questo passo, mi chiedevo se fossi capitata in uno squarcio dello spazio-tempo per cui si veniva a conoscere delle vittorie ancora prima dei relativi annunci. Dopo parecchio (io ve l’ho detto che ho il criceto in pausa lattuga) ho capito che nello show avrebbero dato solo i premi succosi e tutti gli altri li hanno sbolognati prima senza tante pretese sennò saremmo stati lì altri otto giorni.

- ho capito che Chris Brown è tanto bravo a ballare quanto lo è a gonfiare Rihanna come una zampogna.

- Non appena si scioglierà tutta la neve, la protezione civile si metterà a monitorare la crescita spaventosa del ciuffo di Bruno Mars hai visto mai che ne perda il controllo.

- Lady Gaga ha rubato lo scettro di Sailor Moon.

- è stato piuttosto strano vedere Chris Martin esibirsi totalmente ignaro del fatto che l’iPhone della mia amica Silvia porta il suo nome.

- Paul McCartney era tutto vestito di bianco e non sai se è perché s’è arruolato in marina o perché vuole tentare la carriera di concierge in un hotel di lusso.

- i Maroon 5 confermano il fatto che mi provocano fenomeni di meteorismo.

- Kanye West ha fatto incetta di Grammy ma non era presente in sala per riceverli perché probabilmente aveva paura che Taylor Swift salisse sul palco e glieli facesse ingoiare.

- Quando si è esibita Katy Perry per un attimo ho creduto che fosse zompata la corrente e invece era un qualche effetto scenico. O magari era sul serio partito il generatore d’emergenza.

- l’esibizione di Taylor Swift sopra a un cumulo di roba raccattata dal rigattiere lì all’angolo è stata di gran lunga la migliore.

- il tipo dei Civil Wars fa battute molto più divertenti dei comici che girano in Italia e che vengono pure pagati per farlo o che si limitano a fare #copiaeincrozza da Twitter.

- io con l’armonica a bocca sono solo in grado di sbavarmi addosso come un rottweiler e invece Stevie Wonder ci suona Love Me Do dei Beatles.

- poiché era notte fonda e mio fratello stava dormendo, non ho prove documentali che attestino la profonda maturità intellettuale con cui ho assistito alla vittoria di Own The Night dei Lady Antebellum contro Speak Now (che è comunque più spurio, country-amente parlando) per la categoria Best Country Album, perché diciamolo, Own The Night è un gran pezzo di album e i Lady A se lo sono proprio meritato, perbacco.

- l’accento british di Kate Beckinsale dà tre giri di campo di Holly & Benji a quello di Adele.

- sebbene alcune cose siano state ben noiose, non oso comunque pensare al fatto che adesso noi dobbiamo sorbirci Sanremo. La sproporzione ci uccide.

- ho perso l’esibizione tributo per Whitney Houston, ma pace all’anima soul, come ha saggiamente ricordato qualcuno su Twitter.

- avevo sonno e sono andata a dormire alle quattro e mezza, un’ora prima della fine della serata e sapientemente prima dell’esibizione di Adele perché quella donna ha la straordinaria capacità di farmi cadere in coma indotto appena apre bocca e avrei rischiato di addormentarmi sulla tastiera.

- ammaccabanane.


Detto questo, la roba che interessa a me:

Taylor s’è portata a casa due Grammy, che si aggiungono ai quattro che aveva vinto nell’edizione del 2010 e quindi quattro più due uguale your argument is invalid.

Il discorso di accettazione del Grammy Best Country Solo Performance per Mean è stata l’ennesima conferma del fatto che faccia colazione con pane e sarcasmo, il che mi ricorda tanto quelle scene nei film (questa, per dire) in cui ridicolizzano il bullo davanti a tutta la scuola:

“Non c’è sensazione paragonabile allo scrivere una canzone su qualcuno che è davvero cattivo con te, che ti odia, che ti rende la vita miserabile, e poi vincerci un Grammy.”

Un po’ come quando nel 2009, ringraziando per il premio per Best Female Vocalist ai Country Music Awards, disse: “vorrei ringraziare ogni singola persona in questa stanza questa sera per non essere corsa sul palco durante questo discorso”, riferendosi al ben noto Kanye West-incident degli MTV Video Music Awards 2009.

Per quanto riguarda invece l’esibizione durante lo show, hands down, è stata tra le migliori della serata (in particolare ho apprezzato quella di Bruno Mars e quella del boxeur Chris Brown), ed è stato bello sentirla cantare di nuovo “in diretta”, sebbene questa volta non a una manciata di metri (e per un po’ addirittura di centimetri) ma a un oceano e passa di distanza. E poi, quant’è bella tutta tutta tutta la band? 





L’highlight della performance è stato quando ha sostituito il “someday I’ll be living in a big ole city” del terzo ritornello con “someday I’ll be singing this at the Grammy’s”, prendendosi finalmente la meritata rivincita su tutti coloro che hanno sempre spalato merda, perdonate il francesismo ma non trovavo un equivalente altrettanto efficace, sulle sue capacità canore, e per cui ha scritto proprio Mean. Washed up and ranting about the same old bitter things. Drunk and grumbling on about how I can’t sing IN YOUR FACE!

E questo è quanto. Stranamente, pur avendo dormito solo cinque ore, non ho sonno come sarebbe ragionevole aspettarsi e sono pienamente operativa. Forse sto compiendo la mia digievoluzione in Margareth Thatcher.

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