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CHUCK VS MY EMOTIONAL BREAKDOWN

Diciamo che potrei, così, ipoteticamente, aver avuto un leggero crollo emotivo, mentre guardavo il series finale di Chuck. Potrei, sempre per ipotesi, aver passato mezz’ora a piangere e a imprecare in greco antico per la virata estremamente agrodolce (ma più agra che dolce) che aveva preso la storia. E potrei, sempre parlando ipoteticamente, aver avuto un altro leggero crollo emotivo mentre commentavo con mio fratello il series finale, uno mentre mi producevo in una manciata di rant, nello specifico questo, questo e questo, nella lingua di Albione nell’altro mio Tumblaaah, e uno anche mentre scorrevo la dashboard, sempre di Tumblaaah, piena di gente che piangeva commentando come la sua dashboard fosse piena di gente che piangeva.
E’ che io sono una persona sensibile. Non per quanto riguarda le tribolazioni della gente vera, per quella pazienza, ma per quanto riguarda le tribolazioni della gente telefilmica, perché ho un concetto molto contorto della cosa riassumibile nell’assunto che fondamentalmente la gente telefilmica è in balia di sceneggiatori crudeli che giocano con il suo destino come le Parche giocavano con il filo della vita dei mortali, mentre la gente vera è in teoria padrona del proprio fato e se ha un problema potrebbe pure provare a risolverselo anziché stare a piangersi addosso e uè uè come tanti che ho incontrato. Quindi, dicevamo. Sono una persona sensibile per le tribolazioni della gente telefilmica e ogni tanto ho, lo devo confessare, la lacrimuccia facile. No, non è vero: non è ogni tanto. Diciamo pure che l’unica volta che non piango davanti a un telefilm è perché quel telefilm è una sitcom. Cioè, sul serio, dovevate vedermi mentre guardavo Ghost Whisperer: avevo le lacrime in connessione mistico/spirituale con quelle di Melinda Gordon. Appena a lei spuntava la lacrimuccia, e spuntava in ogni singolo episodio, zac, spuntava pure a me.
In effetti, ogni telefilm che ho visto o che sto guardando mi scatena una sua propria, peculiare, risposta emotiva. Tipo, che ne so, guardando Castle passo metà dell’episodio a dire “aaaawwww, pora cucciola” riferita a Beckett, quando guardo Dexter passo metà dell’episodio a dire “No, cazzo, Dexter, vai via di lì!”, quando guardo Ringer la frase più ricorrente è “Guarda te ‘sta stronza di Shivòòòòòn, infida progenie del demonio” e via di questo passo.
Ad ogni modo, il leitmotiv della mia vita telefilmica è che non c’è mai stato (e tutt’ora non c’è) un telefilm per cui non abbia pianto a garganella. Così con la morte di Cole in Streghe, Anya in Buffy, Mr. Nigel Murray in Bones, Henry in Grey’s Anatomy e Eli Scruggs in Desperate Housives. Sì, Eli Scruggs: il tuttofare di Wisteria Lane che si è visto in un solo episodio, il centesimo, e che a causa sua ho pianto per quaranta minuti di fila.
Con Chuck, invece, mai una lacrimuccia. Nope. Zero. Niet. Nisba. Ma questo fino al series finale. Col 5x12 ho cominciato a piangere ininterrottamente dal minuto trentuno al minuto quarantadue, e col 5x13, invece, ho pianto a sciame sismico: appena mi ricomponevo dopo una scena particolarmente toccante, scoppiavo a singhiozzare per quella dopo. Poi alla fine ho dovuto mollare gli ormeggi e veleggiare nel mare dello sconforto, della disperazione, delle imprecazioni in greco antico, il tutto ovviamente lacrimando copiosamente (sono multitasking). In definitiva, per lo show per cui non avevo mai pianto, ho pianto più che per tutti gli altri show messi insieme. Melinda Gordon sarebbe così fiera di me.
Ma, da uno a dieci, a voi quanto frega sapere del mio equilibrio psichico? Appunto, perciò passiamo alla sostanza perché non vedo l’ora di propinarvi le mie considerazioni sul series finale e se siete così balordi da non aver mai visto Chuck e delle mie considerazioni non ci capirete una cippa di niente, peggio per voi, perché non mi va mica di perdere tempo a fare un recap di tutta la serie: ho una vita da vivere (anche se i paragrafi precedenti sembrano smentirlo). Anzi, leggetevi questo tweet, è tutto ciò che vi serve sapere.
*Spoiler alert*
PUNTO PRIMO: STOCAZZOMAI!
Non scandalizzatevi, ve l’ho detto che ho imprecato in greco antico. E sebbene stocazzomai significhi banalmente “prendere la mira”, suona folkloristico quanto basta. Ma io dico! Ma è il modo di far finire una serie? Ma stiamo scherzando? Avrei preferito che mi sgranassero tutti i denti col cric. E il motivo è presto detto…
PUNTO SECONDO: AND I FEEL YOU FORGET ME LIKE I USED TO FEEL YOU BREATHE
Sarah si è fritta il cervello per via dell’Intersect e del cattivone di turno e non si ricorda più niente. Niente di niente. NIENTE. Nemmeno di Chuck. Ed ecco che si ode uno “STOCAZZOMAI” in lontananza. Voi sapete cosa vuol dire che Sarah non si ricorda di Chuck? Che i Maya avevano ragione, il mondo sta per finire e non vale più la pena di vivere in questo triste sasso alla deriva nello spazio di un universo fatto di angoscia, tristezza e disperazione. In pratica, dopo quattro anni di lui che ama lei ma non glielo dice, di lei che ama lui ma non glielo dice, di tutti che sanno che lui ama lei e che lei ama lui e glielo dicono ma quei due cretini non gli danno retta, di “le uniche persone che non sanno che Derek ama Meredith sono Derek e Meredith” che non c’entra niente ma mi piaceva dirlo, di lui che frequenta altre, di lei che frequenta altri, di Melinda Gordon che manda i fantasmi verso la luce che non c’entra niente manco questo ma era per dare colore alle polpette… insomma, dopo quattro anni di tutto ciò che culmina infine con una “white veil occasion” perché keep calm cause Walker turned into Bartowski e tutto sembrava volgere al meglio, Sarah si è dimenticata di Chuck come io mi dimentico le nozioni studiate non appena mi siedo davanti al professore.
“Volevo dirti che ti credo. Credo a tutto quello che hai detto su di noi. Ma… la verità Chuck è che… non provo nulla. Tutto quello che hai detto su di me e sulla nostra storia… io, non provo nulla”. Una stilettata al cuore, ecco cosa.
PUNTO TERZO: MADE ME CRY TILL I WOULD DROWN
Ritorna il leitmotiv (perché altrimenti non sarebbe tale) del pianto a garganella. Che una, a parte Melinda Gordon, ci prova a restare stoica e impassibile, ma quando lo stesso Chuck piange ogni tre scene circa, non puoi fare altro che mandare a ramengo tutti i buoni propositi. Non lo so, chiamatela empatia o neuroni specchio dello sbadiglio applicati alle ghiandole lacrimali o sindrome di Melinda Gordon (ormai per me è meme), ma è stato più forte di me. E se volessimo menzionare il fatto che mi viene da commuovermi ogni volta che vedo una delle interviste in cui Zachary Levi si commuove… no, ochèi, non lo menziono perché mi pare di aver già dato abbastanza spettacolo.
PUNTO QUARTO: AND SOON ENOUGH, YOU’RE BEST FRIENDS
“Cè stato un tempo in cui ero il miglior amico di Chuck. Poi sei arrivata tu e le cose sono cambiate. Dovendo passare il titolo a un altro, sono stato davvero felice che fossi tu. Volevo che lo sapessi”, dice Morgan. Siate sinceri: non è forse la cosa più stupendosa e tenerosa nella storia delle cose stupendose e tenerose? E Sarah non ha idea di cosa Morgan stia dicendo, la qual cosa non è straziante, di più.
PUNTO QUINTO: PLEASE DON’T STOP THE MUSIC
“One word: Jeffster”. L’avreste mai detto che Jeff e Lester avrebbero mai salvato la situazione? Ecco, forse anche questo è un segno dell’avverarsi delle profezie Maya.
PUNTO SESTO: I KEEP ON COMING BACK FULL CIRCLE
Tutti i parallelismi con l’episodio pilota della prima stagione sono una chicca. Sarah come Bryce, il disinnescare una bomba con un virus informatico, Sarah al banco del Nerd Herd con la stessa giacca che aveva quella volta. E’ semplicemente… (adesso riparte il crollo emotivo) bello. Tutto il series finale è diventato un tributo alla storia dello show, alla storia di Chuck e Sarah e un tributo ai fan. Non è stato tralasciato niente, nemmeno il meritato spazio di Jeff e Lester. Non si poteva chiedere di meglio.
PUNTO SETTIMO: DEAR JOHN, I SEE IT ALL NOW
John “roar” Casey chiedeva a Morgan se lo trovasse cambiato rispetto a quando si erano conosciuti, rivelando al pubblico un grembiule con scritto “World’s greatest dad”. Si, John, sei cambiato, sei diventato più… sentimentale, oserei dire, ed è inutile che ti rifugi dietro gli abbracci da orso come fanno i Russi. Perché se orso deve essere, è un panda.
PUNTO OTTAVO: IF THIS IS THE WAY IT ENDS DON’T TELL ME IT’S MEANINGLESS
Finale agrodolce, l’ho già detto. Non brutto, eh, ma tanto tanto amaro. Buffyano, insiste mio fratello. Dovete sapere che io e mio fratello abbiamo una teoria su Buffy, la cui prima legge, che ricalca quella di Murphy, è: “se una qualcosa può andar male, lo farà”. In pratica in Buffy, quando qualcosa comincia ad andar male, si entra in vortice in cui le cose poi andranno sempre, sempre, seeeempre peggio (tipo che muoiono un paio di personaggi fondamentali e Sunnydale viene risucchiata in un budello oscuro e profondo, tanto per dirne una). In Chuck questo crescendo buffyano è partito con Sarah che si installa l’Intersect fallato e si conclude in un fritto cerebrale di paranza con lei che fa tabula rasa di tutta la sua storia con Chuck, il quale è il ritratto della disperazione/depressione/demoralizzazione/un sacco di one. Ora, per la sanità mentale di tutti, che costava far finire la serie come è finita ma poi aggiungere un bel, che ne so, cinque anni dopo, in cui ci mostrano che Sarah ha recuperato la memoria, che sono andati a vivere nella casa con la staccionata bianca e la porta rossa, e Hagrid che annuncia in pompa magna: “Jason [nella mia fantasia malata il figlio di Chuck e Sarah si chiamerà Jason], tu sei una spia”?
In effetti, sto ancora cercando di capire in quale fase dell’elaborazione del lutto mi trovi. Negazione perché non posso credere che sia finito in quel modo? Può darsi. Rabbia perché è finito in quel modo? Plausibile anche questo. Contrattazione perché ho pensato “ochèi, non vi insulto a bestia solo se nei contenuti speciali del dvd mettete un happy ending”? Tutto può essere. Depressione perché la serie è finita e io non ho più idea di cosa fare della mia vita? Verosimile. Accettazione perché tutto sommato è stato un bel modo di concludere la storia, pieno di rimandi al primo episodio della prima stagione, sulla stessa spiaggia dove tutto era iniziato? Si, senz’altro.
No, ma sapete che c’è? Alla fine è bello che il finale sia così aperto, perché così sembra che a Burbank la vita continui. E niente ci impedisce di credere che la teoria di Morgan fosse corretta e Sarah torni a ricordare dopo one magical kiss. Altro che “sembra che a Burbank la vita continui”: questo è materiale per fanfiction per i prossimi otto lustri e mezzo!
Ora però scusatemi mentre vado a rintanarmi in un angolo a dare capocciate al muro.
P.S. Aces, Charles. You’re aces.