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SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA

Tradizione mussoliniana vuole che quello italiano sia “un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori”. Alla luce del tragico naufragio della Costa Concordia, questa frase risulta ironica su almeno un livello.
Ora, sarebbe forse opportuno aggiungere alla frase suddetta, che campeggia sul travertino del Palazzo della Civiltà Italiana, il famoso Colosseo quadrato, la qualifica di “giornalai”. Si taccia di essere un “giornalaio” un giornalista di infimo livello. Quelli che praticamente vivono nei nostri palinsesti televisivi. Tenete per un attimo a mente questa definizione.
Dovete sapere che fin da piccola sognavo di diventare giornalista. Ero portata con le parole, ed ero altresì totalmente convinta che di lì a qualche anno avrei scritto per un giornale. Poi, crescendo, vabbè che ho scelto giurisprudenza, pur non essendomi mai allontanata dalla parola scritta, ho realizzato di essere totalmente terrorizzata dal rischio di diventare una di quei giornalisti (o, appunto, “giornalai”) che vanno sotto casa della madre della vittima a chiedere “come si sente? Cosa prova?” dopo che il figlio è stato mangiato vivo da un esercito alieno del pianeta Nibiru. Per dire.
Il naufragio della Concordia mi ha fatto ritornare a galla (pessima scelta di parole, credo) il sentimento di profondo disgusto nei confronti di questi cosiddetti giornalai. Perché tali sono quei giornalisti che riempiendosi la bocca di spettacolarità cercano il capro espiatorio e puntano, inconsapevolmente o meno, il dito. Quei giornalisti che ti mandano a ruota le tanto incredibili quanto fasulle immagini di una telecamera di sicurezza della Concordia nel momento dell’urto, peccato che fossero immagini vecchie di due anni, riferentesi alla Pacific Sun Cruise, nave australiana, colta nel mezzo di una tempesta un paio di anni fa. Quei giornalisti che nascondendosi dietro il fantomatico registro degli indagati (che non esiste: l’aver cambiato vocazione mi concede almeno il vantaggio di sapere che si tratta del “registro delle notizie di reato”) sbattono, da qui il titolo del post, il mostro in prima pagina: il capitano della Costa Concordia.
Sul Capitano Francesco Schettino pendono pesanti capi di imputazione: omicidio colposo plurimo, disastro colposo, naufragio e, massima onta per chi va per mare, abbandono della nave.
Inutile dire che ognuno di noi si è fatto un’opinione sulla faccenda, ognuno di noi ha deciso se ritenere o meno il Capitano Schettino un balordo di prima categoria indegno dei gradi. Tuttavia l’accertamento della responsabilità spetta ai magistrati competenti, e non agli opinionisti ospiti di Pomeriggio 5 alla ricerca di argomenti di conversazione.
Tuttavia, nel susseguirsi di servizi e di speciali che mi è capitato di vedere sul naufragio della Concordia, un moto di profondo, anche qui, disgusto, mi è stato scatenato invero dai passeggeri della nave, più che dai giornalisti. Interviste su interviste in cui lamentavano l’incompetenza dell’equipaggio. Ora, seduta alla mia scrivania con i piedi ben ancorati al pavimento della mia camera, non posso certo giudicare se vi sia stato o meno un comportamento negligente dell’equipaggio ma certo posso dire come la supponenza e l’arroganza di certi commenti mi abbia lasciato quanto meno perplessa.
Parlando da profana la cui unica esperienza marittima risale al traghetto nello stretto di Messina, la prima cosa che mi è venuta in mente, ne parlavo con mia madre e mio fratello, è stata come non sia certo facile per un equipaggio coordinare, al buio, su una nave inclinata, l’evacuazione di quattromila passeggeri in preda al panico. Intervistato dalla BBC, uno steward della Concordia, Fabio Costa, ha fatto presente come i passeggeri fossero terrorizzati, spingendosi l’uno con l’altro nel tentativo di mettersi in salvo. Ora, è futile secondo me obiettare che si può mettere in dubbio la sua buona fede, essendo egli un membro della “parte avversa” (opinione dei passeggeri vs. opinione dell’equipaggio, ognuno che tira acqua al suo mulino) perché in situazioni emergenziali di questa entità, la folla si alimenta con la paura l’ uno dell’altro e la risultante è un branco impazzito, sordo ai consigli e fondamentalmente d’intralcio.
Leggevo su Tumbr il post di un ragazzo che sulle navi da crociera ci lavora: “dal primo all’ultimo, dal cuoco al cabinista, dal ballerino all’ufficiale, seguiamo un corso d’addestramento per fronteggiare situazioni di emergenza, anche gravi. Ognuno ha un compito assegnato, e un’area d’azione. E’ inutile che i telegiornali mostrino una donna indignata che dice “A me ha dovuto farmi salire su una scialuppa un cuoco!”. Pensi, signora, che quello era il suo compito assegnato, e invece di denigrarlo perchè magari si aspettava di essere salvata da Harrison Ford dovrebbe solo ringraziare Dio di essere ancora viva.”
Ecco, a me dà fastidio questa gente che pensa che tutto le sia dovuto. Questa gente che ha solo saputo dire “sembrava il Titanic”. Questo “sembrare il Titanic”, che i giornalai di tutta Italia hanno ripreso, e commentato, mentre montavano i servizi al telegiornale con My Heart Will Go On in sottofondo. Io, vi dico la verità, tutta questa somiglianza con il Titanic non ce la vedo mica. Cos’è che rende questo naufragio uguale a quello del Titanic? Perché, al di là della dinamica e della conta dei morti (e quelli della Concordia sono comunque cinque di troppo) tra l’affondare nel 1912 in mezzo all’Oceano Atlantico e affondare a bagnomaria con la tecnologia del 2012 a centocinquanta metri dalla costa perché si doveva “salutare” l’isola del Giglio per via di una cazzo di consuetudine turistica, c’è un po’ di differenza. Ma di nuovo, il Titanic, con tutte le coincidenze del caso (cento anni esatti e bla bla bla) serve ai giornalai per confezionare un bel servizio drammatico e pieno di pathos, che tocca l’apice quando si elencano i presagi di sventura (su tutti la bottiglia che al varo della nave non si ruppe) che la Concordia si portava dietro.
Il post su Tumblr continua riportando la testimonianza di un membro dell’equipaggio della Concordia, in cui si afferma che mentre il personale si adoperava per salvare persone in difficoltà, alcuni dei passeggeri, già tranquilli sulla scialuppa, fumavano delle sigarette contro lo stress o filmavano con il cellulare.
Sul Titanic (e non è mancanza di coerenza ma una premessa fondamentale), c’era un giapponese. Si è salvato. In patria, il suo comportamento venne considerato infamante, perché non rendeva onore alla tradizione eroica dei samurai. Perse il lavoro e gli amici. La sua unica colpa era l’essere riuscito a trovare un posto su una scialuppa. Oggi, invece, abbiamo a che fare con persone la cui prima preoccupazione non è aiutare gli altri (nei limiti del possibile per non intralciare chi di competenza, ma dubito che una mano in più per tirare fuori la gente dall’acqua a chi di competenza facesse schifo, eh) ma procurarsi la documentazione visiva del “io c’ero” da mostrare con orgoglio malato agli amici, e in più pretendono anche di avere ragione. Tanto, la colpa è sempre degli altri.
Mala tempora currunt, dicevano gli antichi. Immagino che ogni persona sia figlia del suo tempo.