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PEOPLE THROW ROCKS AT THINGS THAT SHINE
So don’t you worry your pretty little mind
People throw rocks at things that shine
And life makes love look hard
The stakes are high, the water’s rough
But this love is ours
Ours, Taylor Swift
Il fatto di aver dovuto traslocare da Splinder (Splinder, perché mi hai abbandonato?) e di aver dovuto organizzare un fresh-start del blog qui su Tumblr ha prodotto una quantità di pensieri metafisici su quanto sarebbe bello poterlo fare con la vita vera. Ricominciare da qualche altra parte, in qualche altro modo. Aprire un chiosco su un atollo tropicale. Ritirarsi a fare l’eremita sull’Himalaya. Aprire un chiosco sull’Himalaya e ritirarsi a fare l’eremita su un atollo tropicale. E invece non si può. Cioè, si potrebbe pure, anche se non vedo tanto l’utilità di andare a vendere le granite sull’Himalaya. Ad ogni modo, al novantanove virgola nove percento delle tue possibilità, resti praticamente sempre bloccata qui con la solita gente, le solite cose, i soliti esami. Poi però capita che iTunes mandi in riproduzione Ours e ti viene da proclamare solenni dichiarazioni di principio tipo “chissenefrega degli esami, della gente e dei problemi, la vita è bella lo stesso!”. Cioè, è bella nonostante gli esami, la gente e i problemi. O meglio, nonostante i problemi che ti crea la sola esistenza della gente. E dici niente.
*inizio paragrafi seri e depressi - tranquilli, non mi piace scriverli come a voi non piace leggerli, ma abbiate pazienza che dura poco*
C’è da dire che Ours è la canzone che lo scorso inverno, mentre preparavo diritto internazionale, ha evitato che, nell’ordine: strappassi a morsi l’anima di chiunque mi si fosse malauguratamente parato davanti, e non cadessi in depressione per via della convinzione della inadeguatezza della mia preparazione (notare la cacofonia della frase con tutti questi -one), considerando che a casa c’era stata un po’ di maretta, giusto per mantenere un tono edulcorato, proprio per quel motivo. In effetti, a ripensarci, non è stato mica un bel periodo, quello. Lo dicevo nel post del concerto: ero in macchina, in preda (pure: non mi faccio mancare niente) ai sensi di colpa per essere andata al cinema anziché essere rimasta a studiare, e una volta tornata a casa era appena partita Ours alla radio. Così ho spento la macchina, mi sono fermata ad ascoltare e giuro che quando sono scesa avevo cambiato prospettiva. Tre minuti e cinquantotto, e una manciata di ritornelli, e sono scesa dall’auto un po’ tanto meno triste.
Senza ombra di dubbio, dunque, questa canzone è una di quelle cose che mi permettono di restare mentalmente equilibrata (niente commenti prego), e poco non è. In effetti, a luglio di quest’anno ho dovuto affrontare un altro periodo paurosamente brutto - per motivi troppo personali che non sto a dire - che non so nemmeno io come cavolo sia riuscita a uscirne, e non è passato giorno in cui non abbia ringraziato l’empireo per il fatto che Lei fosse nella mia vita a tirarmi su di morale ogni volta che vedevo le cose talmente nere che pensavo di aver fulminato la lampadina.
*fine paragrafi seri e depressi. Ci siete ancora?*
Ora, discussa la fondamentale e precipua importanza, nella mia vita, di Ours e di Colei che l’ha scritta e che la canta, ruoto la manopola sulla modalità crazy fan-girl e vi parlo del video. Sempre che la cosa vi interessi. Ma anche se non vi interessa ve ne parlo lo stesso.
Chi ha già avuto la sventura di leggermi saprà come lo scorso agosto (non questo, quell’altro) abbia fatto follie per vedere la diretta della première del video di Mine, follie orchestrate a mezzo di piani diabolici implicanti bagni, fratelli conniventi e finte coliche renali.
Per questa première, invece, il Super Mega Direttore Galattico (perifrasi per dire “chi di dovere”) ha deciso di fare uscire il video ad un orario vagamente umano, ossia intorno a quella che da questa parte del globo era l’una e un quarto di notte di un blando sabato - venerdì in America - dicembrino. In effetti, a dirla tutta, il video di Sparks Fly era uscito da noi alle dieci e mezzo di sera, ma quell’orario era talmente troppo umano che non vale la pena considerarlo.
L’una e un quarto, dicevo. Come mio solito, quando so che devo stare alzata fino a ore tarde, mi prende sonno, per qualche oscura legge della termodinamica, alle sei del pomeriggio. Questa occasione non è stata da meno, e già preventivavo di arrivare all’una in stato ipnagogico o comunque vagamente narcolettico. Mettendo inoltre in conto il fatto che mi sarei anche dovuta alzare per studiare e che non sono Margareth Thatcher, che dormiva quattro ore per notte e trovava pure il modo di fare il primo ministro. Io, anche se ne dormo il doppio, appena alzata sembro una strafatta di metadone, e solo per riuscire ad aprire la zip dell’astuccio mi necessitano almeno altre quattro ore di carburazione.
Ad ogni modo, sarei negligentemente rimasta alzata fino alle tre, se necessario, e chisèvistosèvistoamen. Anche perché se non le faccio adesso, queste cose, adesso che sono giovane, entusiasta ed ingenua, quando le faccio? Appunto.
Così mi son messa lì bel bella ad attendere, con aperto il paginone di E! News, e nel mentre mi ripetevo che avrei potuto ingannare il tempo studiando. E più me lo ripetevo più mi abbarbicavo nella cittadella di Twitter urlando “codificazione fascista del 1930, non mi avrai mai!” e amenità di tal fatta. In effetti, se avessi passato a studiare anche solo un tredicesimo del tempo che ho impiegato per ripetermi che avrei dovuto studiare, avrei fatto in tempo a preparare tutti gli esami in programma della sessione invernale. Ma tant’è.
Intorno all’orario summenzionato, comunque, il video è stato infine rilasciato ed è più o meno da quel momento che vomito arcobaleni. Seriamente. Questo video mi ha lasciato totalmente… wonderstruck. Esatto: wonderstruck è la parola. Vi basti sapere che se avevo sonno alle sei del pomeriggio, appena visto il video ero talmente gasata che ho davvero faticato ad addormentarmi, e io non fatico mai ad addormentarmi. Mai.
Detto questo sparatevi le diec… no, che dico, le tredici cose che letteralmente amo del video di Ours:
La prima è vedere i numeri del display dell’ascensore aumentare a ogni piano e ti scappa il sorriso perché già la prima volta sapevi che si sarebbe fermato al tredicesimo.
La seconda è la scena in cui Tay si avvicina alla fotocopiatrice e manca la carta.
La terza è la scena in cui si avvicina alla fotocopiatrice e manca il toner.
La quarta è la scena in cui si avvicina alla fotocopiatrice e manca… la fotocopiatrice.
La quinta è il tizio davanti al boccione dell’acqua che beve. E beve. E ancora beve. E continua a bere. E lei che mi ricorda me in fila alle poste.
La sesta è lo sfondo del computer con la foto di Meredith Grey (no, non quella Meredith Grey, anche se l’ha chiamata così proprio in suo onore), e il fatto che Meredith sia anche nel video che lei sta guardando.
La settima è l’high-five all’inserviente nella hall. Un po’ perché è carino di suo, un po’ perché mi ricorda il mio high-five a lei, o da lei a me (cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia), in quel di Assago.
L’ottava è la fermata del bus numero 206.
La nona è l’autobus numero 716.
La decima è realizzare che 206 + 716 fa 922. E 9 + 2 + 2 fa 13.
L’undicesima è l’hand-heart. *dies of cuteness*
La dodicesima è lei che stringe sognante il tablet, quando in realtà vorrebbe abbracciare lui.
La tredicesima è lei che scende dall’autobus e lo cerca. E lui, in divisa da soldato, che esce dall’aeroporto e la cerca. E… abbraccio.
Si, ochèi, parliamoci chiaro: potrei tirar fuori, seduta stante, altre tredici ulteriori cose che amo di questo video, ma poi la lista perderebbe di poeticità e significato. Tipo, ho dovuto lasciar fuori il portiere letargico che sembro io a lezione, il tizio asiatico leggermente inquietante nell’ascensore, il tipo che le tira l’areoplanino di carta, il fatto che uscendo dall’ascensore la spingano tutti, il fatto che all’inizio del video indossasse le scarpe da ginnastica, il fatto che mostri il tesserino all’inserviente, la collana di graffette (che faccio sempre anche io ogni volta che ne ho una manciata sotto mano e quando poi mi serve una graffetta ci metto tre quarti d’ora a scastrare tutto), il fatto che l’orologio che ha al polso sia lo stesso del video di The Story Of Us, tutti gli adesivi di gatti appiccicati al monitor, il post-it con scritto “I loved you first. I loved you first”, perché poi da post che era si sarebbe trasformato in una lista della spesa, la qual cosa non avrebbe avuto più molto senso.
Detto ciò.
Ho sempre avuto difficoltà a decidere quale dei suoi video fosse il mio preferito. Pensavo fosse Picture To Burn, ma poi ho visto Fearless. Che è stato scalzato da Change. Che, per dire, è stato fatto impallidire The Story Of Us. Che però non è niente in confronto a Mean. Che probabilmente perderebbe se lo mettessi in confronto con Sparks Fly. Tuttavia, nonostante questo incessante divenire, credo di poter pacificamente osservare che questo video sarà il mio preferito da qui fino al momento in cui esalerò il mio ultimo respiro. Però, in effetti, non è che ne possa essere così tanto sicura. Sapete, con lei non si può mai dire.
Peace, love, Swift.
P.S. I loved you first.