Note &
TRA IL DIRITTO PENALE E UN CUGINO CRIMINALE
Giovedì, 16 Giugno 2011, 19:37

C’è quel vecchio adagio che dice “diritto privato, mezzo avvocato”. Il fatto è che io ho da poco superato anche l’esame di diritto penale, ma per quanto ne sappia non c’è nessun detto che venga, con le sue rime, a celebrare il mio successo accademico. In effetti, le uniche parole che mi vengono in mente che rimino con “penale” sono “interinale”, “epiteliale”, “medicinale”, “matrimoniale”, “intestinale”, e la cosa toglie epicità al tutto, quindi meglio che la smetta qui. Ora, la questione che, ad oggi, non sia ancora stata vergata, negli annali delle frasi fatte, alcuna massima penalistica all’uopo, è di non scarsa importanza, perché alla luce delle fasi di acuto accoramento che hanno accompagnato la preparazione di questo esame, avere almeno un riconoscimento derivante dalla saggezza popolare mi sembra quanto meno dovuto. In effetti, per tutta la durata del mio studio matto e disperatissimo, non ho fatto che pensare a quanto sarei stata meglio se avessi mollato tutto e fossi andata a tagliare la mortadella alla Coop.
In un moto d’onestà, vi confesso che ho effettivamente passato più tempo a pensare a mestieri e stili di vita alternativi più proficui, rispetto all’arido studio del diritto penale, che a studiare sul serio. Così, giorno dopo giorno, mi sono chiesta che perché studiare se tanto potevo diventare una cereal girl, un cowboy, London Tipton, Ezio Auditore, domatrice di opossum, sgusciatrice di pinoli, fotografa naturalista, reporter di viaggio, giornalista di Studio Aperto. E questo solo per quanto riguarda la gnoseologia gnoseologica delle mie aspirazioni stile “da grande voglio fare”. O anche stile recenti pubblicità della Barbie, “Barbie I can be [inserire qui il mestiere desiderato]”, che da fedele habitué del pomeriggio di Italia Uno, queste cose fondamentali ormai le so.
Per quanto invece riguardava il facere, ho pensato niente meno che di avviare un’attività di ASCII art, di voltare la carta (stavo ascoltando De André in quel momento), di brevettare la mia tecnica definitiva per sciogliere il Nesquik nel latte freddo e campare di rendita, di rubare automobili (effetto Pisapia), di commercializzare una linea di magliette con scritto “perché studiare”, di profanare tombe e risvegliare mummie, di avviare un business in seguito al successo riscontrato su Twitter dei miei “perché studiare” e ovviamente smettere di studiare, di guardare tutta la filmografia di Brendan Fraser finché non mi fossero cascati gli occhi, di mollare tutto per dedicarmi all’egittologia, di dipingere di giallo i popcorn degli MTV Movie Awards, di riprodurre i dinosauri in laboratorio (anche se in questo caso credo che dovrei studiare), di fare cerchi nel grano e di passare la vita a cercare di capire la differenza tra coccodrilli e alligatori e tra ghepardi e leopardi.
Quando poi il mio essere si è lasciato pervadere dallo scoramento, mi chiedevo cosa diavolo mi fossi fumata il giorno in cui ho deciso di scegliere giurisprudenza e non scienza delle merendine, cosa caspita avessi fatto di male per dover studiare tutta quella roba, visto e considerato che né il mio guru Drew Barrymore né quel figo di Massimo Poggio hanno terminato il liceo e non mi sembra se la passino male e, riguardando qualche clip di Agorà, perché diavolo non fossi nata Rachel Weisz: un Oscar, bella un bel po’, s’è spupazzata Brendan Fraser (ancorché per finta) e soprattutto non ha dovuto studiare diritto penale.
Infine, è sopraggiunta la rassegnazione barra accettazione barra pace cosmica con l’universo conosciuto: mi ripetevo il significato di “fearless” e mi ero infine convinta che finché ci fosse stata la salute sarei stata a posto. Questo stato di pace, tuttavia, è durato ben poco: sono infatti subentrati prima i propositi suicidi, i quali mi portavano a sperare che mi investisse, uscendo di casa il giorno dell’esame, tutta la divisione dei panzer dell’Afrika Korps, o che quanto meno riuscissi ad affogarmi nella doccia o a scivolare battendo la testa uscendone, ed infine i propositi omicidi: ammazzando qualcuno avrei potuto sfogarmi e ripassare persino qualche norma (art. 575 c.p.).
In effetti la preparazione di questo esame è stata quanto di più travagliato potesse essere travagliato nella travagliata storia delle cose travagliate (questa frase è compresa). Durante i circa quattro mesi di studio (di cui tre, a onor del vero, trascorsi negligentemente a oziare), ho scoperto che nella malaugurata ipotesi in cui riuscissi a ricordarmi un concetto, ciò era dovuto unicamente al fatto quel concetto era stato fatto presente in uno dei tanti telefilm che guardo. Meno libri, dunque, e più serie tv. Qualcuno dovrebbe farlo presente ai professori.
La cosa tuttavia più interessante e allo stesso tempo inquietante delle mie gaie avventure alla ricerca di un valido metodo per farmi entrare in testa almeno il la nozione di dolo e colpa è che, spiegando il diritto penale, nella speranza di ripassare qualcosa, a mio cugino piccolo (parafrasando Einstein: “non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tuo cugino piccolo”), mi sono alfine resa conto di aver creato un mostro. Dopo avergli spiegato che a undici anni l’ordinamento non lo considera imputabile (art. 97 c.p.), ha monopolizzato tutta la sera il mio codice penale, alla ricerca di qualche reato intrigante da commettere prima del compimento dei fatidici quattordici anni. Mi vengono in mente le fiabe: in questi racconti la pulzella o il principe bordeaux di turno devono trovare il vero amore prima dello scadere di un certo periodo di tempo prestabilito, cosicché l’incantesimo che Wanna Marchi scagliò su di loro non li trasformi in commercialisti, e mio cugino invece si diletta in reati. In più, come se non bastasse, tanto era galvanizzato dal potere di infrangere la legge che crede l’ordinamento gli abbia conferito, che mi ha anche dilettato della sua personale interpretazione dell’articolo 575 concernente l’omicidio. Il dettato della legge così si mostra: “chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”. Per mio cugino, tale proposizione altro non significa se non che lui è libero di commettere un omicidio impunemente entro, addirittura, i ventuno anni.
A fine serata il disegno criminoso era ormai bello che completo: il cugino piccolo ha deciso dunque che prima dei quattordici anni gli garberebbe: attentare alla sicurezza dei trasporti (art. 432 c.p.), avvelenare le acque e le sostanze alimentari (art. 439 c.p.) e incendiare una foresta (art. 423bis c.p.). Intanto mi ha già annunciato che c’è lui dietro al batterio killer che imperversa questi giorni in Germania. Insomma, tieni gli amici vicini e i cugini ancora più vicini. Con un cugino piccolo come il mio, in effetti, non si può mai sapere.