Nightfall On The Grey Mountains

If you're lucky enough to be different, don't ever change

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LIFE IN CARTOON MOTION: THE SECOND RAID

Venerdì, 29 Aprile 2011, 16:47

 

Al liceo, la prima cosa che le professoresse di latino e greco ci dicevano, apprestandoci a sputar sangue su di una versione come compito in classe, era di non fiondarci subito sul vocabolario, ma di analizzare anzitutto la frase e di sottolineare i verbi. In genere per la prima riga (riga, non frase, perché per esempio per quel balordo di Cicerone una frase tipo è di otto righe) mi sforzavo di seguire il consiglio, poi pensavo “al diavolo tutto! Potere del GI, vieni a me” se dovevo tradurre dal greco, e “al diavolo tutto! Potere dell’IL, vieni a me” per le versioni di latino. Mi sarebbe piaciuto avere lo scettro lunare di Sailor Moon per dar colore alle polpette mentre declamavo tanto epicamente quanto mentalmente quelle frasi, ma sfortunatamente ne ero sprovvista. Ad ogni modo.

Trattandosi invece di temi, uno dei consigli spassionati era quello di non ricopiare le definizioni dal vocabolario. A differenza di quanto accadeva per le versioni di greco e latino, questo era un consiglio che seguivo ligia ligia (sarà anche per questo che i miei temi avevano voti un tantino migliori delle miei versioni).

Ora, visto che come Han Solo io prendo ordini da una sola persona, da me, ho deciso che quello che farò adesso sarà ribellarmi al sistema, e per arrivare al succo del post, riporterò qui una definizione. Da Nonciclopedia, ma pur sempre una definizione.

 

“Il Senno di poi è una semidivinità infernale che si manifesta negli esseri umani con frasi al limite della demenza immediatamente successive a un errore di ciclopiche dimensioni.”

 

Nel mio caso potrebbe trattarsi di: “col senno di poi potevo evitare di rischiare di farmi arrestare a Bologna dopo il concerto di Cristina D’Avena, visto che poi è venuta qua a Jesi”. 

 

Poiché, però, “del senno di poi son piene le fosse” questo discorso è comunque molto fine a sé stesso.

Detto questo, sabato scorso Cristina D’Avena è venuta a Jesi (essendo jesina da parte di madre, il minimo che possa fare è bazzicare di tanti in tanto dalle mie parti. Perdindirindina) all’inaugurazione di un negozio non troppo lontano da casa mia. Questo mini-concerto jesino ha supplito a tutte le mancanze bolognesi dovute al fatto che se ci fossimo attardate in caccia di fama, gloria e autografi avremmo perso il treno e avremmo dovuto aspettare fino alle quattro di mattina. Così, nella piovosa cornice della mia amata cittadina, sono riuscita a beccare una foto con lei di cui vado particolarmente fiera perché stranamente ho le sembianze di una persona e non quelle di Mariangela Fantozzi, il suo autografo su un cd che mi ha venduto la sorella (di cui fino a due ore prima ignoravo l’esistenza) e due peluche, uno dei quali tirato proprio da lei in mezzo alla folla e che ho preso proprio a culo: sono un leopardo e una scimmia, che ho chiamato rispettivamente Adrasto d’ Afrodisia e Menippo di Gadara

 

Non che abbia molto da dire: più che altro ho scritto questo post perché altrimenti, tempo due settimane, i nomi dei peluche sarebbero caduti nell‘oblio, un po’ come cadute nell’oblio sono le gesta degli omonimi antichi greci dai cui i pupazzetti prendono il nome.  Ora, è ovvio che Menippo di Gadara, essendo lo scrittore delle cosiddette satire menippee, sia stato citato ogni tre per due dalla mia professoressa di greco durante le lezioni di letteratura (che tra l’altro mi piacevano pure un botto), ma l’unica cosa che ricordo di tutta la faccenda è che io mi confondevo sempre Gadara con Gradara: figuriamoci ricordarsi la vita o il titolo di un’opera.

 

A proposito di ricordare. I momenti salienti della giornata sono stati:

 

- Cristina che, in macchina, ha alzato lo sguardo dal cellulare e ha sorriso a me e Giulia , giusto lì a fianco, che avevamo cominciato a sclerare gridando “eccola!”;

- Il fatto che, una volta arrivata, non sapesse dove parcheggiare;

- Il fatto che abbia quasi accoppato molta gente tirando i peluche sulla folla con una mira, e lei era consapevole di ciò, molto scarsa;

- Il suo terrore che con l’umidità i suoi capelli potessero esplodere, e tanti saluti a piastra e contropiastra;

- Il mio quasi “reacting live” della sigla di Kiss Me Licia, perché mentre parlavo con un’amica a concerto abbondantemente finito (non era rimasto nessuno) cercando al contempo di ripararmi dalla pioggia stando sotto una tettoia, vedo una sagoma avvicinarsi inconsapevole del mio ostruire il passaggio: mi sposto e mi prende un colpo perché quasi mi schianto con Cristina in persona. “Poi Mirko finita la piogga incontra e si scontra con Licia e così…”. Son soddisfazioni.

- Il fatto che mi sia divertita un sacco un sacco un sacco, e per il concerto in sé, e perché adoro la compagine di amiche con cui ho trascorso il pomeriggio.


Insomma: foto, check; autografo, check; peluche, check; sorrisone a trentadue denti anche solo a ricordare la giornata, check. Direi che mi è andata piuttosto bene! La prossima volta ci penserò due volte prima di dire sconsideratamente sì a qualsivoglia trasferta bolognese.



P.S. Cristina è fuori come un balcone e fa morir dal ridere. Just saying.