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THE BEST DAY (FAIRYTALES HAPPEN)
Lunedì, 21 Marzo 2011, 00:33
This night is sparkling, don’t you let it go
I’m wonderstruck, blushing all the way home
I’ll stand forever wondering if you knew
I was enchanted to meet you
Enchanted, Taylor Swift
Erano le Idi di marzo ma, con buona pace di Cesare, non è a lui che mi riferisco né mi riferirò finché avrò ancora favella. Nonostante il deliberato oblio in cui caccerò dunque il buon Caio Giulio, queste reminiscenze romane mi hanno posto davanti agli occhi la circostanza che, come con il natale di Roma, il mio parametro di misurazione del tempo sarà d’ora in poi questo 15 marzo 2011, e la mia vita sarà dunque divisa in due tronconi temporali: quella prima del 15 marzo 2011 e quella dopo il 15 marzo 2011. Ve lo scriverei pure in latino, per ufficializzare la cosa, se solo sapessi come. Ah, è appagante vedere il frutto di cinque anni di Classico. Comunque, prima che mi venga voglia di riesumare il famigerato IL dalla soffitta, come forse avrete avuto agio di capire dal titolo (uhm, a meno che non siate swifties navigati, dal titolo non credo) e dallo stralcio di canzone di cui sopra, questo 15 marzo si riferisce all’unica data italiana dello Speak Now Tour di quella che è assurta a mia cantante preferita praticamente fin dalla prima volta che l’ho sentita (è stato un paio di anni fa, è stato con White horse, è stato su YouTube, è stato con un fanvid dedicato a un telefilm che ora non ricordo).
Prima di parlare del concerto con annessi e connessi, faccio ora una premessa fondamentale atta a farvi cogliere almeno un millesimo dell’entusiasmo con cui ho vissuto la forse più favolosa ora e mezza della mia vita: questa premessa riguarda il fatto, cioè, che le voglio bene come a una sorella. Ha senso? Sarà che ha la mia stessa età, sarà che le canzoni che scrive le sento vicine come non è mi mai capitato per nessun altro cantante, sarà che “A place in this world”, “Fifteen”, “Change” e “Long live”, sarà che riesce sempre a tirarmi su di morale qualsiasi cosa faccia o dica, sarà che ha “a smile that could light up this whole town”, sarà che è la ragazza più dolce del mondo ma se si incavola sono cacchi amarissimi, sarà che Taylor è quella che vedi, sarà che ha pedinato una sua fan solo per dirle “ciao”, sarà che ascoltare Speak Now sapendo che ha scritto tutto da sola procura indescrivibili moti d’orgoglio, sarà che ha comprato la pizza ai fan appostati davanti all’albergo, sarà che si stupisce ogni volta di quanta gente viene a vederla, sarà che ci ha sempre ringraziato di averla fatta entrare con così tanto affetto nella nostra vita, sarà questo e sarà quello, io a questa ragazza voglio bene da morire. Così, ogni volta che qualcuno ne parla male, o non la tratta con i guanti bianchi (vedi quei due cazzoni di Joe Jonas e Kanye West) mi guazzabuglia lo stomaco e sento il bisogno impellente di tirare un po’ di colli e rompere qualche fanale con un bastone da hockey.
Il fatto è, tra l’altro, che non è, per me, solo una cantante. E’ quasi più una terapista. Brutta giornata? C’è una canzone di Taylor Swift per quello. Ogni volta che le cose intorno vanno male, per qualsiasi motivo (famiglia, male di vivere, crisi esistenziali, depressione, famiglia di nuovo, telefilm in pausa) penso “ok, mi serve Taylor”. Per dire, mentre preparavo l’esame di Diritto Internazionale, un esame lunghissimo di cui non vedevo la fine, in un momento in cui mi sembrava tutto futile e senza senso e con la costante sensazione di essere una foglia in balia del vento, e mi sentivo tremendamente in colpa perché quella sera ero andata al cinema, tornata a casa ho spento la macchina e mi sono fermata ad ascoltare “Ours”, che mi ha letteralmente fatto rivedere la luce in fondo al tunnel. Ours è una di quelle canzoni che mi fanno tornare il buon umore anche se è un giorno dei più neri. C’è quel “but”, quel “but” che fa tornare il sole, nonostante la gente che tira i sassi alle cose che brillano, gli steccati alti e le acque perigliose.
So don’t you worry your pretty little mind
People throw rocks at things that shine
And life makes love look hard
The stakes are high, the water’s rough
But this love is ours
Ours, Taylor Swift
Per amor di completezza, l’esame poi è andato bene. Fiuuuuuù.
Appurato dunque che la mia sanità mentale/emotiva è dovuta per gran parte alla sua musica, non scherzo quando dico che vederla finalmente dal vivo è stata una esperienza catartico-trascendente.
In verità ho avuto diverse remore per parecchio tempo. Ma Milano è lontano, ma spenderei un botto solo di treno, figuriamoci pernottamento, trasporto, biglietti. Però cominciai a maturare il proposito. Nel frattempo diedi un altro esame, Diritto Romano 2, che andò alla grande, 28. Però, siccome sono masochista assai pensai che, essendoci alle porte un altro esame ancora, non mi sembrava il caso di chiedere di andare al concerto prima di vedere come fosse andato l’ultimo, perché in cuor mio speravo mi riuscisse di fare l’amplain. Scontato dire che l’amplain non mi sia riuscito (auguro una colite spastica a tutti i membri delle istituzioni dell’Unione Europea), nonostante l’incentivo del concerto mi abbia fatto studiare la materia più brutta mai concepita da mente umana come una forsennata. Così mi ero scavata la fossa con le mie mani, perché mi sembrava eccessivo chiedere di andare ad un concerto alla luce di un esame così disastroso, nonostante potessi giocarmi la carta del compleanno, che sarebbe caduto a cinque giorni precisi precisi dal concerto.
Alla fine, però, pensai: “chissenefrega, facciamolo: chi mi dice che non sia destinata a finire a breve sotto il 38 barrato?”. Anche se non credo che a Jesi passi il 38 barrato… Comunque, il problema ora era un altro: va bene che la mia filosofia del carpe diem sia piuttosto nota, ma chi mi diceva che fosse anche condivisa? Non potevo presentarmi dopo quell’esame per chiedere: “ehi, ci sarebbe Taylor in concerto a Milano. Posso andare?”. Eppure non potevo far passare troppo tempo, perché avevo paura che non sarei riuscita a trovare i biglietti (mancava poco più di un mese). Decisi così di aspettare che le acque si calmassero un pochino, e di sganciare la bomba quando mi sarebbe sembrato il momento opportuno. Così un giorno, che ero sul terrazzo con mamma a parlare del più e del meno, il discorso andò a finire sulle palme e sugli ananas. E’ così: se sono andata al concerto, parte del merito è di un ananas. Prima che mi diciate che vi sembro Alice nel paese dell’LSD, lasciate che vi spieghi. Visto che si parlava di ananas, ho mostrato a mamma la foto che mi avevano scattato, all’uscita del supermercato, davanti ad una palma a forma di ananas, mentre tenevo in mano un ananasso vero e proprio che avremmo mangiato durante la serata film a casa di una mia amica. Già che c’ero le mostrai quindi la foto successiva, ossia di me e di Jasper il pancake (si, lo so, ‘sta cosa non ha senso), che avevo fatto come dolce per quella serata film. Caso volle che quella sera indossassi la maglietta che avevo comprato, e che nella foto con Jasper si vedeva abbastanza bene, come regalo a mamma durante la gita a Lisbona del terzo liceo, che la genitrice però ha indossato solo poche volte perché crede che serva ad insultarla (c’è scritto “Everyone has the right to be stupid but you are abusing the privileges” ossia “tutti hanno il diritto di essere stupidi ma tu stai abusando del privilegio”). Parlammo quindi di come babbo invece indossi spesso la sua (c’è scritto: “My wife says I don’t listen to her, or something like that” ossia “mia moglie dice che non la ascolto, o qualcosa del genere). Poiché dunque lei l’ha messa solo poche volte, ne ho approfittato per rubargliela definitivamente. Citai allora il negozio dove l’avevo comprata, e quante altre magliette fighissime ci fossero (tipo quella con davanti scritto “in caso di incendio guardami la schiena” e dietro “in caso di incendio, idiota!”) e parlando quindi di Lisbona mamma mi chiese quand’è che mi sarei fatta un viaggetto io, visto che le mie amiche stanno sempre a spasso (due fb-sister erano state a Londra da poco): drizzai le antenne. L’allineamento dei pianeti mi era forse propizio? La buttai lì senza starci troppo a rimuginare: “Ce l’ho. Milano, 15 marzo!”. Domande di rito da parte della genitrice: “perché? Che c’è?”. “C’è Taylor Swift in concerto. Non è proprio a Milano, è ad Assago. Posso?”. “Chiedilo a qualcuno e vai!”. Graziesignoregrazie.
Ochèi, pensavate che fosse così facile? Non riuscii a trovare nessuno che potesse venire con me. Ero nell’irritantissima situazione di avere sì il permesso di andare, ma nella pratica di non poterlo fare. Mi ficcai in un bel baratro di tristezza infinita, nel contempo continuando a tartassare mio fratello, perché un conto è sapere di non poter andare affatto, e allora amen, e un conto è sapere di poterci andare ma non avere nessuno che ti possa accompagnare, la qual situazione scoccia oltre ogni dire. In effetti alla fine mio fratello acconsentì, perché, testuali parole “mi fai pena, ti ci accompagno io”. Il piano originario prevedeva che io sarei andata al concerto per gli affari miei, e lui con la ragazza sarebbe andato a zonzo per Milano. Poi, siccome c’era di mezzo il pernottamento e i costi del treno e tutto era un biblico impiccio, babbo ha pensato bene che se ci doveva venire mio fratello, tanto valeva che fosse lui ad accompagnarmi.
Era ufficialmente fatta! Il 19 febbraio andai a comprare il biglietto solo per me, perché ancora non era sicuro se babbo fosse venuto o meno anche al concerto.
It is enchanting to meet you, bel pezzettino di carta gialla con su scritto “Taylor Swift - Mediolanum Forum - Assago”.
Il biglietto per babbo lo comprai il 5 marzo. Avevo guadagnato in un colpo solo autista e cameraman! Fuck yeah.
PieraPi: Mondo di Twitter! Ma io vado al concerto di Tay!
Cominciò il delirio pre-concerto vero e proprio. Dovete sapere che io ho il vizio di essere abbastanza incontinente, ma perché vado in bagno praticamente per noia a ogni piè sospinto. Insomma, vado a fare i versamenti in banca pericolosamente spesso tant’è che mi sono praticamente assuefatta a questa sorta di lassismo urinario. Ovviamente prima del concerto avrei dovuto fare millemila ore di fila per il parterre: la mia vescica sarebbe stata sottoposta ad una sollecitazione per me inconcepibile. Brutto affare.
PieraPi: Già mi immagino: “Scusa Taylor… come? Ah, si, si, no, bel concerto ma… una cosa: posso usare il bagno?”
Decisi così di fare una prova: il 25 febbraio andai in bagno la mattina intorno alle 10 e ci riandai la sera solo intorno alle 20. La mia vescica a quanto pareva, dieci ore se le faceva (abbastanza) tranquillamente. Lo so, non sembro normale ma abbiate pazienza.
Superato l’impasse fisiologico, cominciai a fare il countdown e a preparare fin da subito (non appena ho comprato il biglietto, in pratica) la roba da portare con attenzione maniacale.
PieraPi: Sto preparando lo zaino per il concerto come se dovessi partire per la guerra. Mi manca solo la baionetta per pungolare la gente in fila.
La prima cosa che ho messo dentro sono stati gli occhiali di riserva, perché quelli che ho attualmente hanno una vite molto emo che tenta il suicidio nei momenti meno opportuni. Avete presente il quadro e il chiodo di “Novecento” di Baricco? Ecco, uguale. A quanto pare la vite che tiene su la lente destra, quando decide che non ce la fa più, piglia e zompa via. Mi è già successo due volte e sebbene li abbia fatti sistemare da poco, gli occhiali continuano a fare, di tanto in tanto, un cigolio sospetto. L’ultima cosa che mi serviva è che saltassero durante il concerto, che con la miopia galoppante che mi ritrovo non vedo a quaranta centimetri di distanza se la giornata è buona.
In quel di Macerata maturai poi la convinzione che avrei dovuto fare qualcosa per sdebitarmi almeno in minima parte del regalo che mi avevano fatto. Mi ficcai così per tre giorni di fila nella Feltrinelli, alla ricerca di un presente per il parentame. Alla fine optai per “Le pagine della nostra vita” di Nicholas Sparks per mamma, un fumetto dei Peanuts per mio fratello e “La tomba di ghiaccio” di Steve Berry (un autore à la Dan Brown di cui vi consiglio alla grande “La profezia dei Romanov) per babbo. Ora, siccome io sono la sbadataggine fatta persona, ero andata a Macerata per le lezioni convinta di avere soldi a sufficienza per i suddetti regali. Ovviamente no. Di poco (per soli settantacinque stupidissimi centesimi) non ci arrivavo. Ho dovuto quindi dare fondo a tutto lo sconto che avevo accumulato nella tessera (Dio benedica lo sconto clienti), ossia ben sette euro e trenta, riuscendo così addirittura a salvarmi cinque euro per le emergenze. A casa, nella prima pagina bianca di ogni libro e del fumetto, scrissi una dedica e un laconico, ma sentito, thank you:
Marzo 2011
Real life is a funny thing, you know. In real life, saying the right thing at the right moment is beyond crucial. So crucial, in fact, that most of us start to hesitate, for fear of saying the wrong thing at the wrong time. But lately what I’ve begun to fear more than that is letting the moment pass without saying anything.
I think you deserve to look back on your life without a chorus of resounding voices saying ‘I could’ve, but it’s too late now.’
There is a time for silence. There is a time waiting your turn. But if you know how you feel, and you so clearly know what you need to say, you’ll know it.
I don’t think you should wait. I think you should speak now.
So…
THANK YOU!
Ale
Per la dedica non è che mi sia dovuta sforzare più di tanto: ho semplicemente ricopiato parte del booklet di Speak Now, che mi sembrava quanto meno in tema, soprattutto per via del fatto che esorta a “dire le cose subito”, e io volevo in effetti ringraziarli subito. Sui pacchetti, invece, avevo scritto: “a te che mi hai dato il permesso”; “a te che mi ci avresti portato” e “a te che mi ci porti” e un trio di faccine sorridenti.
Intanto il countdown procedeva imperterrito e io non stavo letteralmente più nella pelle e pensavo al 15 marzo almeno ottimilaseicentoventotto volte al giorno.
PieraPi: Capisci di essere pericolosamente entrata nel tunnel pre-concerto (- 3, comunque) quando vedi Bersani al tg e pensi a Taylor.
Ora, la ratio di questo tweet qui sopra, all’apparenza abbastanza inquietante, è la seguente. Il 3 marzo Emma Marrone è stata ospite ad Annozero (stendiamo un velo pietoso sull’intervento in sé). Bersani, che pure era ospite, ha cominciato a dire roba del tipo “come ha detto Emma” e amenità di tal fatta. Perché quindi, visto Bersani al tg, ho pensato a Taylor? Semplicemente per via del fatto che avevo letto che Emma avrebbe aperto il concerto. Quindi l’associazione mentale è stata: Bersani —-> Emma —-> Taylor. Una cosa alquanto malata.
Onestamente non è che fossi tanto entusiasta di questo opening act, perché Emma mi sta fondamentalmente antipatica.
PieraPi: Ok, Emma prima di Taylor sarebbe come la sete prima della bibita, giusto? Uno deve soffrire per godersi la Fanta. La prendo con filosofia.
Arrivò infine la vigilia del grande giorno. Saremmo partiti l’indomani mattina attorno alle 10. Una specie di “In viaggio con Pippo”, se avete familiarità con i film Disney.
Quel giorno, inoltre, così tanto per, scrissi un tweet a Grant Mickelson, uno dei chitarristi della band.
PieraPi: @GrantMickelson Italian fans’ countdown is almost over. Are you ready? We are. Can’t wait to see ya all tomorrow!
Il buon Grant mi risponde pure! Il che ai miei occhi è sembrato un auspicio favorevole per quella che sarebbe stata, il giorno dopo, una figata assurda.
GrantMickelson: RT @PieraPi @GrantMickelson Italian fans’ countdown is almost over. Are U ready? We are. Can’t wait 2 C ya tomorrow! - I can’t wait either!
Ochèi, sarò franca. Appena ho letto il suo tweet/retweet la prima cosa che mi è venuta in mente è stata “ma io ho scritto tutte quelle abbreviazioni?”. E’ il limite dei centoquaranta caratteri che non risparmia nessuno. Quindi ho pensato che, porello, ha pure dovuto star lì a trafficare un po’ col mio tweet per sostituire la U a you, il 2 al to e la C al see e togliere all. Ad ogni modo:
PieraPi: Il giorno prima del concerto, vedere che uno dei chitarristi di Taylor ti risponde su Twitter è, boh, EPICOEPICOEPICO! #SpeakNowTour
Intanto, più passava il tempo, più ero consapevole che la mia sanità mentale se ne era andata bellamente a ramengo.
PieraPi: L’euforia pre-concerto ha azzerato ogni mia capacità intellettiva. Sto pensando al fatto che abbiamo lo stesso fuso orario. #SpeakNowTour
Nel mentre, la preparazione delle zaino era finalmente giunta al termine, tra roba più o meno utile e più o meno indispensabile.
PieraPi: Ho messo tra la roba da portare anche il pennarello indelebile. Per ovvi motivi. #13 #SpeakNowTour
15 MARZO - Today was a fairytale
Ed arrivò infine il grande giorno. Per l’occasione avevo attivato i tweet via sms, così avrei potuto mandare gli aggiornamenti in tempo reale agli amici e al parentame sparso. Avevo anche collegato l’account Twitter a quello Facebook, per avere la più vasta copertura mediatica possibile, visto che per molta gente che conosco, Twitter è una roba ostrogota (e per fortuna: sai che impiccio averli tutti lì). Poi, ovviamente, dato che il mio Facebook vive di vita propria, ha deciso che gli garbava pubblicare solo quelli che piacevano a lui, così la mia copertura mediatica è andata abbastanza a farsi friggere. Se non altro ha avuto criterio a pubblicare quelli più importanti.
Comunque, tra i tweet, gli altri messaggi che ho spedito, e le telefonate varie, ho probabilmente speso un patrimonio (ma a nessuno importa) e onestamente, ora come ora, ho paura a guardare il credito.
Se la memoria non mi inganna, ci siamo messi in auto intorno alle 9 e mezza della mattina.
PieraPi: Hitting the open road. Assago, here we come. #SpeakNowTour
Più o meno a metà strada, il computer di bordo del Mercedes (quella stupidissima macchina, che manco legge i cd mp3, almeno qualcosa di buono la fa) segnala la presenza di problemi con gli pneumatici. Attacco di panico da parte mia.
PieraPi: “Controllare pneumatici”. Ci manca solo che restiamo a piedi. #SpeakNowTour
Ci siamo quindi dovuti fermare alla prima area di sosta, dove abbiamo fatto una mezza colazione (io mi sono tenuta sapientemente alla larga da qualsiasi liquido) e abbiamo gonfiato le gomme. Riprendiamo la marcia.
Intorno all’una ci siamo fermati per il pranzo e per (in teoria) l’ultimo pausa-bagno prima delle millemila ore di fila e del concerto.
PieraPi: In the middle of nowhere, l’ultimo autogrill. #OnMyWayToTaylor #SpeakNowTour
Appena arrivati ad Assago, devo dire che mi era presa giusto un po’ di agitazione. Ochèi, molta agitazione. Ormai era fatta! Eravamo in ottimo orario, non ci eravamo persi e, a parte trovare il Mediolanum Forum, non dovevamo fare altro che attendere pazientemente l’apertura dei cancelli.
Parcheggiata finalmente la macchina, intorno alle tre meno dieci, arriviamo davanti al Mediolanum. Foto di rito all’enorme palazzetto e con mio sommo gaudio noto che non c’è ancora troppa gente. Gaudio e giubilo, c’è anche Spizzico, ergo, un bagno. Non che dovessi tornarci, ma perché lasciarsi sfuggire l’occasione? Conoscendomi, meglio essere più che scrupolosi: in quel modo sarei arrivata tranquillamente almeno fino alle 23. Tutto procedeva secondo i piani. Infine, ci siamo messi pazientemente in fila.
PieraPi: The stakes are high, the water’s rough and this weather is not that bad. Waiting in line. #SpeakNowTour
Le ultime parole famose. Ovviamente, poi, è cominciato a piovere.
Non è stato così male stare in fila (anche se siamo stati in fila un bel po’) perché tutti lì stavano parlando di Tay. Ecco il bello di essere circondati da un esercito di Swifties: le conversazioni sono molto più costruttive di quelle solite, inutili, senza argomentazioni di sorta e che fondamentalmente non servono a una ceppa, che mi tocca affrontare con conoscenti di ogni risma: ha gli occhi cattivi (cacchio di argomento è?), lei non è che sia tutto questo granché (sciacquati la bocca! Mica che debba piacere per forza, ma argomenta, ciccio), non mi piace il tono di voce (bello il tuo), le canzoni sono tutte uguali (si, proprio), non mi dice niente (e chissenefrega). Visto che eravamo tutti abbastanza pressati, non ho potuto fare a meno, infatti, di farmi gli affari degli altri notare che la gente parlava dei testi delle canzoni (alcune ragazze stavano analizzando Last Kiss), dei Grammy, di quello che fa, e via di questo passo. E’ stata davvero una boccata d’aria fresca, anche perché sembrava non stessero parlando di un idolo ma di un’amica. In più, ovviamente, l’immancabile gossip:
PieraPi: Stralci di swiftie-conversazioni: Jake Gyllhenal! #SorryIfISpelledItWrong #SpeakNowTour
Mentre ero in fila, inoltre, ho scambiato due parole con due ragazzine che stavano dicendo di essersi dimenticate il pennarello per scriversi il 13 sulla mano. Ho così tirato fuori il pennarello indelebile blu che avevo usato io e gliel’ho prestato. Solidarietà tra Swifties. Babbo, intanto era felice di aver notato di non essere l’unico genitore ad essere stato precettato.
Un paio d’ore più tardi, altro gossip:
PieraPi: Urla dalle retrovie: ‘Joe e Ashley si sono lasciati!” #EStiCazzi #SpeakNowTour
Di tanto in tanto, per qualche assurda legge della fisica di cui nessuno, e dico nessuno di quelli in fila è riuscito a comprendere, dato che non si poteva ancora entrare, guadagnavamo qualche centimetrozzo. Dopo un po’ avevamo raggiunto una buona posizione, e la fila, rispetto a quello sparuto centinaio di persone che c’era quando eravamo arrivati, si stava allungando di parecchio, il che era una buona cosa, perché (credo fosse un timore condiviso) sarebbe stato piuttosto triste se ci fosse stata poca affluenza (non che fossimo in una qualche competizione con la folla che si era presentata in Belgio e in Germania, ma sapete com’è: che motivo c’era di fare una figura barbina, che poi magari lei ci rimane male? Ochèi, detta così sembra una sciocchezza ma è una cosa seria, eh!).
Ad un certo punto, visto che tanto non aveva altro da fare, un gruppo di persone ha iniziato a cantare. Data la caciara e il fatto che mi ero calata il cappello fin sulle orecchie perché mi scocciava bagnarmi, oltre che per la pioggia in sé, a causa anche di tutti gli ombrelli che mi gocciolavano addosso, non è che abbia capito tutto quello che hanno cantato: ho captato bene solo i ritornelli di Sparks Fly e di Back To December. Onestamente la scena della folla che canta mi ricorda quella di “Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo”, in cui i condannati a morte intonano “Hoist the colours”, anche se le nostre circostanze erano decisamente più allegre. Onestamente credo di aver visto almeno un altro film in cui la gente si mette a cantare all’unisono, ma non ricordo quale: in situazioni come queste vorrei tanto poter installare Spotlight nel cervello. Ora come ora la memoria mi zompetta da “Angeli e Demoni” a “2012”, e probabilmente non si tratta di nessuno dei due. A chiunque venga in mente qualcosa, me lo scriva o questa cosa mi perseguiterà per i mesi a venire.
Comunque sia, sul biglietto c’era scritto che i cancelli avrebbero aperto alle 18:30. In verità già dalle 17 gli omini del servizio trafficavano lì intorno, facendo crescere nella folla la (vana) speranza che aprissero prima perché gli facevamo pena a star lì sotto l’acqua. Alle 18:30 eravamo tutti in visibilio perché di lì a poco saremmo entrati. Niente. La gente allora ha cominciato a urlare, a più riprese “aprite! aprite! aprite”. Niente. Gli omini cattivi ci hanno fatto entrare, ‘sti bifolchi, molto, ma molto, ma moltissimamente oltre le 18:30.
Quando finalmente hanno deciso che ci avevano torturato abbastanza, e che finalmente potevamo entrare, le scene che sono seguite sono state qualcosa di molto divertente e di molto inquietante allo stesso tempo. Com’è logico facevano entrare a sparuti gruppi di sei, sette persone per volta. Ogni volta che qualcuno entrava, la fila si spostava in avanti, ma le persone in fondo spingevano così tanto che eravamo compressi come molle molto compresse. Appena la gente in fondo spingeva in avanti, la gente davanti per converso spingeva all’indietro. Lì per lì era pure abbastanza divertente, quando poi realizzi che se continua così diventerai cianotico per mancanza di ossigeno di lì a breve (eravamo talmente compressi che anche respirare risultava abbastanza improbabile) e che se poco poco inciampi mentre la gente ti sballottola di qua e di là facendoti diventare molto simile all’ago di un metronomo, ti passano sopra mille mila persone, allora le cose non è che siano più tanto divertenti (fu lì che il mio cervello ha flashato come l’Intersect e mi sono rivista la scena SPOILER di Susan Mayer calpestata dalla folla in Desperate Housewives 7x10 e finita in dialisi con un rene spappolato). Quando finalmente fu anche il turno mio e di babbo, salimmo le scale lamentandoci dell’italianità dell’organizzazione, e della pericolosità di una situazione del genere. Strappati i biglietti, ci ficchiamo in questa specie di tunnel che conduce all’interno del Forum. Di corsa, ovviamente. Erano le 19:10 circa: il parterre era praticamente ancora deserto e ci fiondammo a prendere i posti. Due magnifici posti, per la verità.
PieraPi: Sto a 10 metri dal palco! A 10 METRI DAL PALCO!!!
Eravamo tutti abbastanza accampati e finalmente potevamo metterci seduti per un po’.
PieraPi: Ho le gambe che tremano. Non so se per l’emozione di essere così vicina o per le tipo 5 ore che sono stata in piedi. #SpeakNowTour
Il Mediolanum intanto si andava animando. Continuava ad affluire gente nel parterre ma soprattutto si stavano riempiendo i posti a sedere negli anelli. Approfittai dell’attesa per dare le prime istruzioni al cameraman: principalmente di non riprendere Emma, che non mi interessa(va), non vedevo il motivo di sprecare la batteria della videocamera e i minuti della cassetta.
Intorno alle 19:55 si sono spente le luci e ha fatto il suo ingresso sul palco Emma Marrone per l’opening act.
PieraPi: #NowPlayingEmma. #SpeakNowTour
E’ notorio come io non sopporti Emma Marrone, tuttavia riconosco che è stata molto brava, ha davvero una gran voce, anche se non ho capito una parola di quello che ha cantato perché la musica durante il suo show faceva un macello della miseria.
La parte migliore, comunque è stata quando incitava la folla: “canta con me Milano!” e la folla era più o meno “….”, quando poi ha detto “Taylor sta per arrivare”, beh, vi lascio immaginare il casino che è esploso.
Ha anche speso qualche bella parola per Tay, di come cioè sia una ragazza molto semplice e carina. “State the obvious” e bla bla bla. Unicamente per questo, ha guadagnato un puntarello ai miei occhi.
Comunque, per riallacciarmi a quanto ho detto poco sopra, del fatto ciò che non ho capito una parola di quello che ha cantato, non è che la colpa fosse solo della musica stratosfericamente alta. Avevo scritto un tweet, non appena scoperto che Emma avrebbe fatto l’apertura al concerto, in cui esprimevo perplessità sulle sue non proprio eccelse capacità linguistiche:
PieraPi: Se #Emma parla inglese come parla italiano, sarà dura per Tay se la incrocia nel backstage. Mmm, potrebbe usare la Canalis come traduttrice.
Diciamo che il mio personaggio preferito della tragedia greca, Cassandra, sarebbe stata fiera di me: le mie doti chiaroveggenti ci avevano visto giusto. “Livenation” che credo sia la cosa più semplice da dire nella lingua di Albione, è diventato inspiegabilmente “laivinescion”. Della serie: a pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina.
Verso le 20:20 Emma ringrazia, saluta e se ne va. Si riaccendono le luci. Ormai manca poco.
PieraPi: Emma ha finito. Ora tutti in attesa della psicopatica che fa rimare il nome della gente con le cose. #SpeakNowTour
Ne approfitto per istruire ulteriormente il cameraman: “si spegneranno le luci, passeranno delle scritte: quello è l’intro, riprendilo”, “quando lei farà il gesto del cuoricino con le mani, lo faremo tutti: fai una panoramica pure del pubblico” e roba del genere. Col senno di poi, peccato essermi dimenticata di dirgli di fare qualche close-up su Amos Heller, il bassista, che credo di amare alla follia. Vabbè, sarà per la prossima volta…
Ore 20:40. Si spengono le luci per la seconda volta. Cacchiocacchiocacchio. Sul maxischermo passano le scritte di introduzione, tratte dal booklet dell’album, e la voce di Tay risuona per tutto il palazzetto mentre le recita. Compare la scritta “Speak Now”. Eccoci! Si alza il sipario, fanno cadere a terra un altro velo davanti al palco e finalmente arriva, vestita col suo famoso abito a frange dorate e stivali neri, sulle note di Sparks Fly, e con l’immancabile 13 disegnato sulla mano destra. Pubblico in visibilio. Cominciamo a cantare come matti!
La seconda canzone in scaletta è Mine, che è il primo singolo estratto dall’album. La suona con LA chitarra, una Gibson Les Paul rossa per cui mio fratello ucciderebbe.
Al termine di Mine si ferma a contemplare la folla adorante (come farà più di una volta nel corso della serata), si avvicina al pubblico sulla “stanghetta lunga” del palco a T, fa una pausa ad effetto, visibilmente contenta e “Buonaserà Mlano! And welcome to the Speak Now world tour! I’m Taylor. And this is actually my very first concert ever played in Italy! I’m so happy to see your beautiful faces, thank you so much for coming tonight”.
“This is the Speak Now tour. I feel more comfortable speaking my mind while I’m writing songs. Usually writing songs about love and heartbreak. And love, and heartbreak. You know, something you taught me… is that no matter what country you live in, no matter what language you speak… we all pretty much experience love and heartbrake exactly the same way, don’t you think? Another thing you taught me is that no matter what love and heartbrakes throw at you, it’s gonna be ok! Because tonight we can do sing, and we can do dance. And you can do jump up and down together with you, my closest friends in Italy and I have a question for you: are you ready? GO!”.
Parte “The story of us”, probabilmente una delle più energiche dell’album. Al termine, come prima: si ferma sorridente a guardare la folla e “grazie!”.
Ora è il turno di “Back To december”, dedicata a Taylor “Jacob” Lautner, ossia il suo modo di chiedere scusa. L’ha suonata al piano, e l’ha mischiata con “Apologize” degli Onerepublic e la sua “You’re not sorry”.
Si sono poi abbassate di nuovo le luci e sul megaschermo dietro al palco è comparsa l’immagine di una traccia audio: il suono di un telefono che squilla. Chiaro riferimento a quel cafone di Joe Jonas.
“Now go stand in the corner and think about what you did”, dice. Ed ecco che inizia “Better than revenge”, la canzone più arrabbiata di Speak Now, in cui letteralmente le canta a Camilla Belle: i dinosauri di Jurassic Park - Il mondo perduto, quando le sono saltati addosso cercando di mangiarsela, ci sono andati molto più leggeri che Tay in questa canzone. Ohohohoh. Ricordate quando ho detto che “se si incavola sono cacchi amarissimi”? Questa è la prova lampante… Molto bello l’effetto scenico del mimare due schiaffoni a Caitlin, la violinista, mentre canta “she underestimated just who she was stealing from”. Giusto per rendere l’idea della situazione e di quanto avesse le scatole girate mentre scriveva questa canzone.
Dopo l’esecuzione di questa canzone Tay scompare dietro le quinte, la sua band continua a suonare e lei ricompare poco dopo sul palco rialzato con un abito azzurro un po’ vintage-style e guanti bianchi. Di fianco c’erano Caitlin (violinista) e Liz (backup singer) vestite di rosa a fare i cori. E’ ora di “Speak Now”, la canzone che dà il titolo all’album e che prende spunto dalle parole che dice il prete durante i matrimoni: “speak now or forever hold your peace”. La canzone parla in effetti di lei che interrompe un matrimonio. L’esecuzione del brano è accompagnata anche da una piccola coreografia eseguita dalle tre ragazze, semplice ma molto carina.
Ad un certo punto Tay scende tra noi mortali e attraversa il parterre: nel marasma di tutti che le correvano dietro sono riuscita a darle un high-five! Epic win per me!
PieraPi: Le ho toccato la mano. Muoio. #SpeakNowTour
Subito dopo qualcuno mi ha rovesciato addosso un bel biccherozzo di birra. Sembravo appena uscita da un Irish Pub il giorno di San Patrizio. Il lato positivo era che stavo morendo di caldo, e per un po’ mi sono rinfrescata. Peccato solo per l’odore nauseabondo.
Taylor intanto raggiunge l’altro palchetto, quello allestito davanti all’anello in fondo al parterre per una selezione di canzoni acustiche: “Fearless”, che suona con l’ukulele, e che inframezza con i vocalismi di “Hey soul sister” di Train e con il ritornello di “I’m yours” di Jason Mraz; poi “Fifteen” ed infine una delle sue hit più famose, “You belong with me”, per la quale ha avuto il coraggio di chiedere che cantassimo con lei “incredibilmente forte”: “Milano, if I would ask you to sing along with me on this next song incredibly loudly, would you do it?”. Come si ci fosse bisogno di chiederlo. Devo dire che durante l’esecuzione di queste canzoni le ero PAUROSAMENTE vicina. Ho anche visto Andrea Swift, la mamma. A ben pensarci avrei dovuto dirle qualcosa, tipo thank you from the bottom of my heart. Ehehehe.
Mentre ancora cantava “You belong with me” scende dal mini-palco e raggiunge di nuovo quello principale: la sicurezza intanto faceva cordone intorno a noi fortunati in prima fila (mi è passata a due centimetri dal naso ma non sono riuscita a darle un high-five, questo giro). Credo comunque che nemmeno se si fosse trattato del Presidente degli Stati Uniti si sarebbero piazzati a fare gli scudi umani in quel modo. Si erano messi a gambe larghe, schiena piegata e braccia protese e ci tenevano lontani mentre Tay andava a meta. Quando hanno visto che era a distanza di sicurezza, allora ci hanno fatto passare. E di nuovo tutti a correrle dietro. Credo davvero che i suoi siano gli unici concerti in cui il pubblico corre dietro al cantante.
Ritornata sul palco principale, continua con “You belong with me”. Eravamo tutti in delirio, abbiamo cantato come pazzi tanto che lei più di una volta ha avvicinato il microfono al pubblico facendo i gesti del direttore d’orchestra, mentre noi ci scatenavamo sul ritornello. Dopotutto, “isn’t that what life’s all about? Doing this when you can?”. Tra l’altro, io adoro quando i cantanti smettono di cantare per lasciare che il pubblico faccia casino! E noi facevamo molto casino!
E comunque, quant’erano teneri gli occhietti lucidi alla fine della canzone? E le risatine? Era visibilmente commossa, come tutte le volte che si esibisce live, del calore dimostratole.
E’ ora il momento di “Dear John”, che si vocifera sia riferita a John Mayer, cantante col quale ha collaborato e che, beh, a quanto pare non si è comportato molto bene. Sul maxischermo compare l’immagine di un paesaggio in una notte stellata. Grant prima chitarra, Tay canta seduta sulle scale che collegano il livello inferiore del palco a quello superiore, con un’espressione estremamente drammatica. Divertentissimo il commento della ragazza che mi stava di fianco: “ma quant’è tenera? Grande attrice!”.
Finita “Dear John”, via con “Enchanted”, dedicata ad Adam Young e che è oltremodo stupendosa. Peccato che nel mio filmato non abbia l’inizio perché babbo ha dovuto cambiare la cassetta: l’importante, comunque, è che ci sia il bridge, che io letteralmente adoro. Indossa quello che sembra un vestito con un lungo strascico bianco e un top argentato con i brillantini. Poi, verso la fine della canzone, si toglie lo strascico con aria decisamente figa rivelando l’abito argentato corto. Si avvicina baldanzosa al pubblico e chiede di agitare le mani in aria. Siamo quasi alla fine. “Long live” è la penultima canzone.
“This is our first show in Italy and you’ve been so wonderful to us. Somewhere we’ve never played before. You surely made us feel like we were at home, thank you so much. So tonight… this song is out to you”. La canzone è infatti dedicata sia alla sua band, che a noi fans: il messaggio nascosto nel testo scritto nel booklet parla chiaro, visto che unendo le lettere maiuscole compare la scritta for you. Credo che, tra l’altro, sebbene la mia preferita è e sarà sempre Love Story, perché ci sono troppo affezionata, “Long live” sia la canzone più bella che Tay abbia mai scritto, tallonata a breve distanza da “Change”. C’è questo pezzo, il bridge, in special modo le ultime due frasi, che mi fa venire la pelle d’oca ogni volta. Ok, diciamo pure che mi fa commuovere ogni volta e io raramente mi commuovo per le canzoni.
Will you take a moment, promise me this
That you’ll stand by me forever
But if God forbid fate should step in
And force us into a goodbye
If you have children someday
When they point to the pictures
Please tell them my name
Tell them how the crowds went wild
Tell them how I hope they shine
Questa la canta con la sua famosissima chitarra decorata di Swarowsky, che sfoggia anche un 13 scintillante sulla paletta. Ad un certo punto si mette a saltellare sul posto ruotando su se stessa, sempre suonando: adoro quando lo fa! Appena prima del bridge, smette di cantare. E’ ora di presentare l’Agenzia, ossia la sua band.
“This band you see on stage with me… they’re like a family to me. And tonight, you have treated us like family. So… I was wondering if it’ll be alright if I introduce you to my band. Ladies and gentlemen: Grant Mickelson on the guitar! Give it up for Mr. Mike Meadows! Show some love to Caitlin Evanson! Give it up for Elizabeth Huett! And Amos Heller on the bass, ladies and gentlemen. We have Paul Sidoti on the guitar! On the keys, we have David Cook! Please, please show some love to Mr. Al Wilson on the drums! And we love you very much!”
Detto questo, finisce di cantare Long Live: mancava il pezzo che a me piace oltre ogni umana comprensione.
A “long long live” si avvicina al microfono anche Paul e cantano spalla a spalla!
Si abbassano di nuovo le luci, sul megaschermo compare la scritta “Taylor Swift”. Il pubblico urla il suo nome. Partono le note iniziali di “Love story”. Urla indemoniate! Per Love Story l’ultimo cambio d’abito della serata, un vestito bianco al ginocchio.
“Marry me, Juliet…” e cadono i coriandoli dall’alto, anzi meglio: “confetti falls to the ground”, coriandoli che ovviamente mi sono accattata più tardi.
Finisce il concerto. Inchino, “I love you! Milano I love you!” Saluti, baci, high-five ai fortunelli sotto al palco e sorrisoni. Risale le scale, la band continua a suonare. “Milano, thank you!”. Da terra si solleva un drappo rosso che va fino al soffitto e quando lascia scoperto il palco, lei è già sparita, volatilizzata. Un finale degno di un prestigiatore.
Si riaccendono pian piano le luci e siamo tutti stra-gasati per questa straordinaria ora e mezza.
PieraPi: Taylor è la persona più spettacolare del mondo. #SpeakNowTour
Dove “spettacolare” sta per, tiranni i centoquaranta caratteri di Twitter, “meravigliosa”, “straordinaria”, “eccezionale”, “fenomenale”, “incantevole”, “stupenda” e “splendente”. Se vi sembra che stia esagerando, ditemelo. Il fatto è: come si fa a non rimanere incantati davanti alla sua energia, al suo entusiasmo, al suo tenere la scena come se su quel palco ci fosse nata? Penso che insieme al mio gatto Floppy, Tay sia “the best thing that’s ever been mine”.
PieraPi: Singing long live all the mountains we moved / I had the time of my life fighting dragons with you. Thank you so much, Taylor. #SpeakNowTour
Così, il minimo che potessi fare era ringraziarla, almeno virtualmente. Ringraziare la ragione vivente per la quale “I’m fearless, I speak now and I fight dragons”. Ringraziarla per la serata più bella della mia vita e soprattutto per avermi fatto sorridere ogni volta che ne avevo bisogno; per averci mostrato come non lasciarsi buttar giù dalle persone cattive nei nostri confronti in “Mean”; per aver cantato, in “A place in this world”, quello che ho provato e che provo tuttora; per quella frase che ha detto in “Mine”; per tutto quello che canta in “Change”; per il ritornello di “Ours”; per averci detto che ritroveremo sempre la strada di casa in “You’ll always find your way back home”; per tutte le volte che ha trovato le parole che a me mancavano; per averci mostrato che si può reagire in “Picture to burn”; per averci insegnato che “fearless” significa vivere a dispetto di tutte quelle cose che ci spaventano a morte; per averci fatto vedere che a volte dobbiamo mettere da parte l’orgoglio in “Back To December”, per tutto quello che non potevamo sapere a quindici anni in “Fifteen”. Per essere quella che è.
Ora, visto che siamo in tema di ringraziamenti, l’ultimo tweet.
PieraPi: Babbo, se “today was a fairytale”, è stato anche per merito tuo. GRAZIE. #SpeakNowTour
Comunque, non ho lasciato fare tutto alla tecnologia: babbo l’ho ringraziato almeno un paio di volte personalmente, ma senza smancerie varie, non sono proprio il tipo. Sebbene comunque lo faccia arrabbiare trentasei ore al giorno perché sta sempre a lamentarsi del fatto che non metto mai a posto niente e per un sacco di altre cose, spero che abbia capito quanto abbia significato per me il fatto che mi abbia accompagnato. E sono fiduciosa del fatto che dopo un finale di post così pregno di ringraziamenti (vabbè, una mezza specie), ci pensi due volte prima di lamentarsi di quello che faccio (o, sarebbe più corretto dire, non faccio: mettere a posto, per esempio, o dar retta…).
Più che altro, spero che sia consapevole del fatto che è papabile per essere precettato nuovamente appena so che torna in Italia se mai non dovesse accompagnarmi nessuno degli amici sòla che mi ritrovo e a cui, nonostante ciò, voglio bene lo stesso. Forse.
P.S. poiché avevo intenzione di pubblicare il post prima di tornare nella tristissima Macerata, non avevo tempo di mettere online tutto il mio filmato del concerto, dato che YouTube impiega, ogni volta che voglio caricare qualcosa, sei giorni solo ad elaborare le anteprime, per cui i video dell’intro, di Sparks Fly, di Mine sono i miei, mentre per il resto ho linkato quello che hanno già messo gli altri fan (di qualità, peraltro, a volte superiore ai miei quindi vi va grassa) a cui il tubo, pare, collabora senza storie.
P.P.S questa è la galleria di Flickr con una selezione delle foto migliori che sono riuscita a scattare. Enjoy.