Nightfall On The Grey Mountains

If you're lucky enough to be different, don't ever change

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LIFE IN CARTOON MOTION: CATTIVISSIMA ME FEAT. CRISTINA DAI PENSACI UN PO’ TU

Domenica, 14 Novembre 2010, 15:10


INTRODUCTION TO DESTRUCTION
 
 
Taylor: Un’altra volta in ritardo!

Lorelai: Già, spero di non essere di nuovo incinta!

 
Una Mamma Per Amica
 
 
 
E’ con colpevole ritardo, rispetto all’effettiva collocazione temporale dell’oggetto di cui tratta, che questo post vede infine la pubblicazione, ma l’urgenza di terminare quello di cui sotto, e il fatto che per qualche oscura ragione governata dalle forze del male e/o della massoneria il mio disco fisso abbia pensato bene di suicidarsi, come a suo tempo il Tom-Tom di una mia amica (ve li ricordate il quadro e il chiodo di “Novecento” di Baricco? Ecco, uguale) hanno di molto dilazionato la mia deadline.
 
Era altresì necessario ch’io metabolizzassi compiutamente gli eventi occorsi, affinché potessi lasciare ai posteri una cronaca pliniana lucida e completa, e ciò ha richiesto inverosimili quantità di tempo.
 
Ultimo ma non ultimo, questo vuole essere un post bieco, cattivo, perfido, spietato, mefistofelico. In sorte diaboli, in poche parole. E quindi mi sono presa il tempo per ragionarlo, anche perché, e qui mi viene in soccorso un savio adagio, la vendetta è un piatto che va servito freddo. Ora, fosse per me il piatto lo servirei pure, per poi sbatterlo in testa a chi di dovere, ma poiché il detto non contempla questa ulteriore situazione, mi limito al canone.
 
 
 
V PER VENDETTA
 
 
She should keep in mind

She should keep in mind
There is nothing I do better

Than revenge, ha ha

 
Taylor Swift, Better Than Revenge
 
 
 
Sebbene vi abbia sempre abituati a post carini e coccolosi (a parte quando parlo male di Justin Bieber, ma quello è fisiologico), questo post si discosta giusto un tantino dal politically correct, in quanto pensato per esporre al pubblico ludibrio certi soggetti altamente peculiari, quand’anche senza fare esplicitamente alcun nome.
 
Ora, potrò risultarvi monotona, non me ne vogliate, ma se c’è una cosa che ho imparato ascoltando Taylor Swift è che se c’è qualcuno che ha avuto il triste merito di farmi altamente girare le sfere Poké, o di frantumarmi la Sfera dei Quattro Spiriti, di esternare, manifestare, rendere noto, palesare, proferire, insomma, di parlare. Speak now, ipse dixit.
 
Vi confesso che fino all’ultimo sono stata abbastanza combattuta se menzionare o meno certi eventi, magari per evitare di starci a rimuginare e rimembrare così l’ira funesta di nuovo, ancora, sempre, pure mentre li scrivo. La questione di fondo era che, qualora non ne parlassi, avrei questa sensazione di irrisolto, e limitarmi unicamente a dire dell’evento-concerto avrebbe fatto sì che quello che non era stato messo nero su bianco mi avrebbe perseguitata ogni qual volta mi fossi trovata a leggere cotale post. Dopo trenta secondi di intensa ponderazione, l’illuminazione sulla via di Damasco: chissenefrega, io scrivo tutto, sperando di farlo in modo abbastanza chiaro da far sì che chi di dovere vi si riconosca (sperando che lo legga, ma farò in modo di sì) e si crogioli di conseguenza nel senso di colpa e nella vergogna. Una subdola vendetta trasversale, insomma, poiché non ho avuto modo di augurare di persona a questi soggetti peculiari di andare a fare una lunga passeggiata sul molo corto.
 
E si vada a incominciare.
 
Trovandoci domenica 31 ottobre in quel di Bologna per il concerto di Cristina D’Avena, l’ignaro lettore si immaginerà una gaia situazione tutta prati in fiore, arcobaleni e puppy dog faces, e si chiederà altresì il perché e il percome dell’acidità latente che ha pervaso il post fin qui. Dopotutto, la canzone non racconta certo fandonie: quando c’è Cristina, esplode l’allegria e si respira simpatia. Limitatamente a questo, e a lei, in effetti, niente di più vero: le due ore e passa del concerto sono state le uniche ore di una lunghissima giornata a essere filate davvero lisce. Il fatto è che è tutto il resto a essere andato bellamente a peripatetiche.
 
La questione precipua prende le mosse da un alterco sì risibile quanto gigantorme ed enormesco avente ad oggetto un waffle (avete capito bene, un waffle: la cosa mi perplime tuttora) che ha mostrato come il genere umano abbia ormai ben poche speranze di riscatto. In quei due minuti in cui si è consumato il tutto la regressione neandertalense era ormai completa. Io credo, in effetti, che se la gente sa di avere le spie dell’autocontrollo incazzoso e del muso lungo sfociante nel melodramma rotte, che vada da un elettrauto barra psicologo barra psichiatra barra esorcista per dargli una controllatina, senza necessariamente intossicare tutta l’aria intorno. 
 
Poco dopo, davanti all’Estragon, dove si sarebbe tenuto il concerto, la mia personalità blogger si è attivata con il promemoria di realizzare in futuro un vivido affresco scritto della sì poco selezionata compagnia di viaggio in cui ero capitata: un bellissimo esempio di orgoglio, testardaggine e innata quattrennitudine da entrambe le parti in lite, in cui il karma, o più propriamente la sfiga, mi fa capitare in mezzo, nella terra di nessuno, molte più volte di quante non voglia. In questi malnati casi prendo parte a tutto senza essere il centro di niente: la descrizione che Stephanie Meyer fa di Jasper, devo dire, mi calza a pennello. E così mi trovo ad osservare le conseguenze di ogni litigio sulla fragile psiche umana, cercando al contempo di tirar fuori le qualità da psicologa affinate in quasi dieci anni.
 
Arrivata a questo punto dovrei ora parlare del concerto, ma preferisco piuttosto lasciarlo momentaneamente da parte in un compartimento stagno inattaccabile, in una bella, rosa e felice bolla sospesa nello spazio-tempo, in modo che la parte acida del post non me ne rovini il ricordo.
 
Tornando dunque a noi. Terminato il concerto, raggiungiamo tramite taxi la stazione, per tornare, Deo gratias, a casa. Purtroppo sembra che le alte sfere dell’Empireo ci odino, perché fato, karma e sfiga vollero che una ragazza del gruppo si perdesse il portafoglio. Ora, immaginatevi la scena: sei persone abbastanza sclerate nel centro della stazione di Bologna, in piena notte, a decidere il da farsi e a notare che la formula matematica “facce sconvolte di tutti e faccia scocciata di qualcuno” più “isolato calcio al muro” dia inequivocabilmente come risultato l’essere fermate dalla Polizia. E la cosa che più mi dà fastidio non è tanto il fatto che il controllo della Polizia ha pericolosamente aggiunto stress ad una situazione di per sé già esplosiva, o il fatto che ciò ha rischiato di farci perdere il treno o il fatto che uno dei poliziotti era incazzato come una biscia incazzata. Nossignore, no, nein, niet. La cosa di cui mi vergognerò a vita è che davanti ai poliziotti abbiamo dimostrato di essere un gruppo menefreghista l’uno dei problemi dell’altro, in cui l’unica cosa che conta è il benessere personale, e pronto a far pagare l’un l’altro lo scotto di una situazione che in fin dei conti era più grande di noi, e solo in parte colpa nostra (o di qualcuno nello specifico). E sebbene qualcuno abbia prontamente quanto acidamente messo in chiaro che a dare calci al muro il minimo che potevamo aspettarci era proprio l’arrivo della Polizia, a parer mio sei ragazzi abbastanza sconvolti in piena notte in un luogo che è poco raccomandabile in qualsiasi città del mondo, ossia una stazione, giustifica già di per sé un controllo delle forze dell’ordine volto ad accertare che sia o meno tutto a posto. Questo benedetto calcio nel muro è alla fin fine solo la punta dell’iceberg, se non veniva picchiato un muro innocente tanto di guadagnato, è vero, ma un calcio in più, o in meno, è del tutto ininfluente nell’economia del discorso. Cribbio. Hanno visto sei derelitti spaesati, probabilmente sembravamo ubriachi o strafatti: non venivano a controllare? E certo che venivano a controllare, indipendentemente dai calci al muro. Checché ne dica la gente. 

Ora, la questione, al di là dei pulotti, è un’altra. E qui mi incazzo. Avete presente il film con Julia Roberts e Richard Gere, “Se scappi ti sposo”? Se volessimo parafrasare il titolo alla luce di quello che è successo, otterremmo: “Se scappi col biglietto cumulativo del treno mentre il resto del gruppo sta ancora finendo di risolvere la questione con i poliziotti, quando ti incontro per strada ti sgrano tutti i denti con un cric”. Consapevole però del fatto che un titolo del genere non passerà mai i controlli della censura, tentiamo un’altra strada. “Se scappi bla bla bla… Smithers, libera i cani”: ecco, questo già funziona meglio: un po’ più soft, un po’ più edulcorato. Ciò non toglie tuttavia che questo comportamento nella fattispecie sia stato di gran lunga il più riprovevole di tutti i comportamenti riprovevoli e malvagi mai messi in pratica dall’uomo, ben oltre cose perverse come il far impazzire i cavalli, uccidere i cuccioli e nascondere il telecomando.
 
E poi, e questo mi riempie il cuore di gioia, al di là delle raccomandazioni dei poliziotti sul fatto che le amiche si scelgono, che non si lascia un’amica in difficoltà e moralismi vari, uno dei tre ha molto calzato sul fatto che alla tipa in questione, dato come si era comportata e soprattutto dato come aveva risposto alle loro domande, come se gli stesse facendo un favore a degnarsi ad ottemperare alle loro richieste, avrebbero potuto deliberatamente far perdere il treno, questo sì. Io l’avrei direttamente portata in questura, denunciata e sbattuta in gattabuia. Così la prossima volta impara, tanto più che non si è scusata con nessuno (non con me almeno) del suo comportamento o, se si è scusata, probabilmente unicamente del fatto che si era un tantino innervosita (giusto un tantino, eh!), non certo del fatto che fosse scappata col biglietto di tutte, e comunque se scuse sono state proferite, ben pochi sono stati i destinatari dell’apologia.
 
Per cui, caro blocchetto di calcestruzzo assolutamente refrattario alla buona creanza, se tu hai il tuo biglietto personale, prendi il treno, vai, chissenefrega, ciao, dasvidania. Il fatto è che quando tu hai non solo il tuo, di biglietto, ma anche quelli del resto del gruppo, non me ne frega una ceppa se sei stanca, se vuoi tornare a casa, se non vuoi aspettare altre tre ore il prossimo treno: tu di lì non ti muovi, venisse giù l’Arcangelo Peppiniello, tu te ne stai buona e zitta. E soprattutto non pianifichi la fuga da Alcatraz.
 
Comunque siamo state anche fortunate, nella sfortuna globale: il portafoglio era rimasto nel taxi, che è riuscito a riconsegnarlo alla proprietaria prima del quarto d’ora paventato (lo avevamo richiamato all’1:30, il treno partiva all’1:42 e considerate che all’1:39 stavamo ancora risolvendo la questione con i poliziotti). Poteva andar peggio. Poteva piovere. Ad ogni modo, riusciamo per tempo (stretto) a far tutto: a riprendere il portafoglio e a correre al binario, a parte ovviamente quella che già stava nello scompartimento a dormire. Tra l’altro due poliziotti ci avevano anticipate per parlare direttamente col macchinista, che ci aspettasse.
 
Sennonché non è, ahimè, finita qui. In macchina, nel parcheggio, ho dovuto assistere non tanto ad un banale litigio: Galileo e il Papa hanno avuto un banale litigio, quanto piuttosto ad una roba tipo battaglia di Stalingrado, stavolta non tra russi e nazisti, ma tra le due ragazze waffle (le altre due erano già sulla via di casa). Una roba allucinante. Le salaci parole che sono volate in quella circostanza credo che non le risentirò più nemmeno se mi metto a guardare, da adesso fino alla fine dei secoli dei secoli amen, Forum e i programmi della De Filippi ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette.  E qui l’aneddoto da raccontare è il seguente: perciocché avevo io fiutato aria di maretta (ochéi, non proprio di maretta, visto che era un vero e proprio mare forza dodici), chiesi per tempo se dovessi scendere dalla macchina, per lasciare alle due litiganti un po’ di privacy. Il problema è che mi è stato detto che no, che non era necessario, che tanto erano cose che già conoscevo. Il risultato è stata la mezz’ora più imbarazzante della mia vita. Chi ha inventato il detto “tra i due litiganti il terzo gode” andrebbe sonoramente preso a calci in culo. Io me ne stavo lì, riding shotgun, a fissare un punto indefinito del tappetino della macchina, cercando invano di pensare agli affari miei, e non ai loro: cosa del tutto impossibile, dati i toni, diciamo così, accesi. In effetti, comunque, il mio pensiero ricorrente era che non appena fossimo partite, ci saremmo senz’altro spalmate sul primo palo lungo la strada. Una fine ingloriosa, se penso che era tutta colpa di un waffle. Comunque se sto qui a sputare fiele, a meno che non sia una manifestazione ectoplasmatica con un conto in sospeso, nessun palo si è frapposto tra noi e la via di casa. Certo è, comunque, che quando la ragazza al volante mi disse di non aver visto un pedone, ebbene, lì mi sono preoccupata un bel po’.
 
Comunque. Mi sembra di aver detto più o meno tutto quello che mi frullava per la testa riguardo a quelle nefaste ore bolognesi, ma prima di passare a temi ben più felici, vorrei fare tirare un attimo le fila del discorso: 
 
Punto primo: nessuno al mondo ha mai litigato per un waffle (o comunque per la questione di fondo dietro al waffle). Cristo Santissimo, a quanto cavolo ammonta il livello di immaturità? Roba che… uuuuhhh!
 
Punto secondo: i problemi non si risolvono da soli. Parlatene, picchiatevi, investitevi a vicenda con la macchina, strappatevi i capelli, datevi fuoco, fate quel che volete ma non fatemi più assistere a scenate di tal fatta. Se non risolvete, amen, non è scritto nell’ofiolite che dobbiate frequentarvi per forza. Visto che non fate che litigare. Per inciso.
 
Punto terzo: scegliere compagnie più selezionate e, per l’amor del cielo, non fare mai più biglietti cumulativi. Se proprio tocca, affidarli a persone integerrime, di altissima levatura morale, persone che non scappino con il malloppo lasciando le altre a sguazzare in una palude simile a quella nella quale Dante collocò gli iracondi.
 
Dulcis in fundo, come degna conclusione di questa parte al vetriolo, voglio dirvi che c’è una canzone di Masini che mi ronza in testa: com’è che si intitola? Ah, sì… “Vaffanculo”.
 
 
 
ARRIVA CRISTINA
 
 
Rimanete sempre con un pochino di questa semplicità, di questa ingenuità, con questa voglia di vivere, di andare avanti, ma di rimanere bambini, continuate a cantare i cartoni animati, continuate a divertirvi, continuate a sognare, continuate sempre perché è importantissimo. 
 
Cristina D’Avena
 
 
E finalmente le cose belle! Era anche ora, dopo quattro pagine in cui sputo veleno come nemmeno un Mamba Nero nervoso. Devo dire comunque che fa abbastanza strano terminare la prima parte del post con una parola di camionistica estrazione, e subito dopo mettersi a parlare di Cristina D’Avena, regina indiscussa delle cose belle e coccolose; lo stesso Carletto al concerto disse che Cristina non dice parolacce: quando si arrabbia dice “arcipuffolina”. Poi ha anche fatto presente che quando va in bagno si sente “parimpampù”, ma quello è un altro discorso.
 
Comunque. 
 
Dovete sapere che Cristina D’Avena è il mio idolo dell’infanzia, dell’adolescenza, della gioventù, lo sarà della maturità e anche della vecchiaia. Andare a un concerto di Cristina D’Avena era sempre stato uno dei miei sogni più reconditi e irrealizzabili, insieme a quello di impalmare David Boreanaz (e ora che il primo si è realizzato, nutro speranze per il secondo). 
 
Ora, c’è da dire che da quando sono tornata dal concerto, ho notato come almeno una volta al giorno mi ritrovi a canticchiare “un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso…”. E questo avviene anche nella città dimenticata da Dio nelle poche, rare, inesistenti giornate di sole (a novembre è già tanto che a Macerata il sole sorga), rischiando di portarmi sfiga da sola: se è una bella giornata, la parola pioggia è un assoluto taboo perché le probabilità che il tempo cambi di botto sono sempre alte. Pericolosamente alte. Insomma, digressione meteorologica a parte, questo per dire che il concerto mi è piaciuto un casino.  Rock ‘n Roll! Ho zompettato tutto il tempo e ho cantato tutto il tempo e il fanciullino pascoliano era assai appagato, per quanto dovesse altresì fare i conti con i crampi al braccio dovuti al fatto di aver, per oltre due ore, fatto svettare la macchinetta fotografica sopra la testa della folla. Rock ‘n Roll, encore!
 
Per quanto riguarda il concerto in sé, credo che la parte più bella sia stata senz’altro la costante interazione col pubblico, il fatto che il pubblico stesso abbia cantato più di lei e dei Gem Boy (col senno di poi avrebbero dovuto loro pagare il biglietto per sentire noi cantare!), il fatto che sia Cristina che i Gem Boy sembravano divertirsi un mondo, e la consapevolezza che due ore così magiche non le vivi nemmeno a Hogwarts.
 
A questo punto la gente comune si sbrodolerebbe nella telecronaca minuto per minuto dell’evento, la qual cosa, però non è nelle mie corde, perché sono del tutto convinta che ciò abbassi di molto il livello qualitativo del blog (se vi sembra che me la stia tirando troppo ditemelo). In verità, per quanto con le parole me la cavicchi abbastanza, non credo di essere in grado di rendere adeguatamente giustizia alle emozioni che si possano provare quando sei all’augusto cospetto del tuo mito indiscusso dell’infanzia: rischierei di cadere nel didascalico e nello stucchevole, e la cosa mi scoccerebbe assai. 
 
Forse forse, quello che in fin dei conti potrei concedervi, giusto per darvi un assaggio dell’inenarrabile, sono quei pochi video da me girati e che sono riuscita a caricare sul tubo prima che il mio disco fisso decidesse di passare a miglior vita. Poca cosa, badate bene, perché ha, in effetti, cantato millemila sigle, ma servirà senz’altro a darvi una vaga, vaghissima idea, dell’atmosfera che respirava all’Estragon. Non fate caso alla qualità audio pessima, purtroppo sono video girati con una macchina fotografica e non con una telecamera ad hoc, ma sul tubo potete tranquillamente reperire altre versioni girate da fan altrettanto scalmanati in qualità decisamente più alta. 
 
Ad ogni modo.
 
Partiamo con “Kiss Me Licia”: notate come Cristina canti solo la prima frase e poi, visto che tanto era il pubblico a cantare per lei, pensi bene di cazzeggiare con Mirko/Carletto. Spettacolo!
 
Attaaack! Tocca a “Mila e Shiro”: quando il pallone è finito sul pubblico, sono riuscita a dargli una manata. Una sola manata, ma una buona manata!
 
Proseguiamo con “Una Spada Per Lady Oscar”: l’inusitata serietà e l’abbigliamento di Cri fanno sembrare questa canzone un pezzo del repertorio dei Within Temptation.
 
Potete immaginare il delirio delle folla quando ha capito che stava per cantare “E’ Quasi Magia Johnny”? Riuscite ad immaginarlo?
 
Dulcis in fundo, una delle sigle più storiche tra le sigle storiche: “Occhi Di Gatto”! Queste tre “ladre abilissime” a Diabolik ed Eva Kant fanno proprio un baffo! Ahahah, gatto, baffo… va bene, la smetto.
 
Ci sarebbero tante altre canzoni da mostrarvi, da “Il mistero della pietra azzurra”, a “All’arrembaggio”, passando per “David Gnomo” a “I puffi”, che sono tra le mie preferite in assoluto, ma purtroppo vengo fuori da una brutta settimana tecnologica, e il fatto che al Med Store, dove il mio Mac è in convalescenza, non siano nemmeno così sicuri di riuscire a recuperare tutti i miei dati, potrebbe precludere qualsiasi caricamento tubico in un prossimo futuro. In effetti, è più inquietante la telefonata del Med Store che ti annuncia che il tuo Mac ha il disco fisso rotto che qualsiasi telefonata di The Ring. 


P.S. mi è stato fatto notare che l’unica persona a non essere finita sotto processo è proprio Cristina D’Avena, che comunque si è macchiata del nefandissimo crimine di non aver cantato Rossana. Beh, che volete: a Cristina si perdona tutto, pure questo. Ecco, la prossima volta al suo concerto vado con lei, va. Compagnia più selezionata di così…