Nightfall On The Grey Mountains

If you're lucky enough to be different, don't ever change

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FRENCH CAN-CAN ALLE FOLIES BERGERE

Giovedì, 04 Novembre 2010, 23:20

Nelle mie più recondite intenzioni questo doveva essere un blando post tanto per, just for fun, diciamo: una specie di rilassante intermezzo in attesa di rimettermi a lavorare (si, ma quando?) sugli altri ottomila post che ho già in cantiere e che dovrebbero, spero, essere un tantino più ragionati di questo (analizzare introspettivamente sette stagioni di Buffy non è cosa da poco). Orbene, se siete sagaci, noterete come abbia sapientemente usato l’espressione “doveva essere”. Perché in effetti di rilassante si è rivelato esserci ben poco. Niente, a ben guardare. L’incipit è stato quanto di più travagliato abbia mai dovuto affrontare, il prosieguo pure, e anche se continuavo a ripetermi che questo post nasceva come “writing therapy” atta a curare la crescente irritazione di non poter scrivere gli altri, di post, che a tal proposito a causa del tempo tiranno vedranno la luce tra qualche lustro se va bene, il fatto di non andare né avanti né indietro con questo, di post, era fonte a sua volta di crescente irritazione. In pratica la cura per l’irritazione mi provocava un’altra buona dose di irritazione. Quindi quello che state leggendo è un serpente Ouroboros. 
 
Lasciando ora perdere la zoofilia mista a mitologia, vi annuncio che argomento precipuo del post è il film che mi ha assai sollazzato qualche sera addietro, ossia “Adèle e l’enigma del faraone”, tratto dal fumetto di Jacques Tardi. Sennonché, non essendo io particolarmente avvezza a recensire film, perché fermamente convinta che nella vita di due categorie di persone bisogna dubitare, cioè dei politici e dei critici cinematografici, non aspettatevi qualcosa di morandiniana memoria, poiché mi limiterò soltanto a mettere in rilievo le considerazioni più considerevoli del film in questione.
 
Prima però di entrare in argomento, due appunti mi preme fare, alla luce del fatto che lamentarmi e criticare sono le caratteristiche che più di tutte pervadono ogni fibra morale del mio essere.
 
Intanto, la prima cosa che mi viene da chiedermi è la seguente, ovvero: sotto i fumi di quali acidi chi di dovere ha pensato che “Adèle e l’enigma del faraone” fosse un titolo  vagamente consono al film? O forse io ne ho visto un altro, di film? Eppure non dovrei stupirmi più di tanto: da che mondo è mondo, la distribuzione si è sempre impegnata al massimo delle sue capacità per trovare titoli che con il film non c’entrano mai una emerita ceppa o, ancora, titoli più ridondanti possibile: “Ghost - fantasma”. Ma va! Capitan Ovvio dei miei coglioni, per dirla proprio con Adèle, giusto per restare in tema. “Le straordinarie avventure di Adèle Blanc-Sec” era evidentemente un titolo troppo oscuro perché potesse ricevere un nulla osta di qualsiasi tipo. Già che c’erano, in effetti, potevano anche chiamarlo “Se scappi dall’Egitto ti sposo”, uno di quei titoli che in Italia vanno tanto di moda, insieme a “Natale a…” e tanti saluti, visto che tanto ormai, più in basso di così… Che poi, boh, il faraone in questione si vede per tipo cinque minuti si e no, e di enigmi, a meno che nel sarcofago i sacerdoti non gli avessero messo il papiro de “La settimana enigmistica”, cosa di cui in effetti dubito, neanche l’ombra.
 
La seconda cosa che è d’uopo chiedere è: ma mannaggia alla miseria, è tanto difficile comportarsi in un cinema come se si fosse in effetti in un cinema e non al mercato del pesce? La gente prima o poi dovrà capire che al cinema bisogna stare buoni, zitti, mummificati: parlare a voce spropositatamente alta, vuoi per commentare il film o vuoi per commentare i cazzi vostri, e tirar fuori il cellulare, non sono attività contemplate nel “buoni, zitti, mummificati”: la prima perché poi non mi ci fate capire un tubo (l’apoteosi della caciara è sempre stata, peraltro, opera della mia impunita Fb-sister Monica, con cui nonostante ciò mi ostino ad andare al cinema), la seconda perché illuminate la sala a giorno e la cosa mi irrita assai. La cavalleria è morta, dopo tutto. Cioè, prima ha travolto e calpestato la buona creanza, e poi è schiattata a sua volta. Che umanità allo scatafascio.
 
Ciò detto, fatte quindi queste opportune considerazioni, torniamo a noi, o meglio, al film. Ho già premesso come non sia nelle mie corde recensire in modo canonico qualsiasi cosa si presti ad essere recensita, per cui ora mi diletterò in commenti alquanto estemporanei e random su “Adèle e il mistero dei templari colpisce ancora il tempio maledetto dello Jedi perduto” (ho già avuto modo di dire come poco mi garbi il titolo italiano, per cui lo chiamerò con titoli assolutamente a caso per il resto del post).
 
Innanzitutto, il fatto che il film inizi in perfetto stile “Il favoloso mondo di Amélie”, mi ha fatto subito pensare che avevo speso benissimo gli otto sacchi del biglietto. In effetti, se ci fosse una formula matematica che potesse riassumere il film, questa formula sarebbe senz’altro “Amélie Poulain + Indiana Jones + Lara Croft” ma, a detta del mio saponificabile fratello, la Lara Croft dei videogiochi, perché quella del film è “‘na merda”. In effetti lui, essendo un cultore del videogioco, sarebbe del tutto capace di prendere un cric e sgranare tutti i denti ad Angelina Jolie con un colpo ben assestato, cosa che comunque incontrerebbe tutto il mio favore, data la mia notoria antipatia per detta signora. Ora, giacché ho citato il mio bizzarro fratello, mi viene in mente quello che ha proferito quando io, tutta gasata, gli ho mostrato i primi tredici minuti di “Adèle e il tesoro dell’Amazzonia del Re Scorpione”: ha detto, nell’ordine, “ma dove si trovano questi vestiti da esploratore? Ce l’hanno tutti, ne voglio uno anche io” e “‘sta tizia è acida, mi piace!”. 
 
Effettivamente, vestiti da esploratrice a parte, la prima cosa che si nota del personaggio di Adèle è quanto sia, ochèi, non proprio acida come una batteria, quanto piuttosto “sfrontata”, “impertinente”, “sfacciata”: una cagacazzi, in poche parole. Cosa che, essendo una cagacazzi io stessa, certo non posso non apprezzare. 
 
Dice il narratore: “quanto ad Adèle Blanc-Sec, il cui senso dell’umorismo non può esservi sfuggito, era già partita verso nuove avventure, meno mostruose e ben più sconvolgenti. Il suo editore infatti l’aveva inviata in Perù per svelare il segreto degli ultimi Incas. Si deve sapere una cosa su Adèle Blanc-Sec, se si vuole inquadrare bene il suo personaggio. Lei segue sempre il suo istinto, e mai il suo editore”. E infatti la troviamo in Egitto, altro che Perù, a farsi sostanzialmente gli affari suoi, sebbene con lodevoli intenti: trovare la mummia di Patmosis, quello che lei credeva essere medico di Ramsete II, risvegliarla e sfruttare le conoscenze in possesso dell’illustre scienziato egizio per salvare la sorella malata.
 
Adèle è, in pratica, una specie di Indiana Jones in gonnella, corsetto e cappello adornato con le piume di un’intera voliera: cappelli tanto eccentrici, in stile belle époque, ovviamente, da far impallidire quelli della Regina Elisabetta II o quelli della mamma di Rossana. E’ una persona che sa il fatto suo, abbassa di molto la cresta del faraone (“senti un po’, Ramsete dei miei coglioni, sono cinquemila anni che ronfi e che tutti ti coccolano…”), risponde per le rime ad un paio di saccheggiatori di tombe egizie, ad un tizio brutto, antipatico e cattivo e perfino ad un cammello ed equini parigini vari (sic!), pratica regolarmente jujitsu e fa fondamentalmente quello che le pare. Potere alle donne! E’ del tutto superfluo dirvi che, ora come ora, io abbia un’irrefrenabile voglia di cantare “Suffragette a noi”. L’unica differenza con Indiana Jones, peraltro, cromosoma Y a parte, è che Indy è un archeologo che archeologa per spirito di avventura, mentre Adèle è una giornalista che vive mummificate e preistoriche avventure con l’unico scopo di guarire sua sorella Agathe (nel film, almeno: nel fumetto non mi è dato sapere).
 
Il film mi è piaciuto, oltre che per la caratterizzazione della protagonista e dei comprimari (che carino che è Andrej, “avec un j comme jardin”) anche, e soprattutto, per la commistione di generi: comico, avventura, fantasy. A proposito di fantasy: la cosa più paradossale del film non è tanto il fatto che le mummie se ne vadano in gita turistica a Parigi, o che gli pterodattili scorrazzino per i cieli di Francia, quanto piuttosto il fatto che in film del genere dopo cinquemila anni ogni singolo ingranaggio di ogni singolo macchinario delle piramidi funzioni ancora senza incepparsi. E pensare che un computer Winzozz sarebbe da buttare dalla finestra già dopo una settimana. Questa paradossalità mi fa venire in mente il film “La casa dei fantasmi”, dove in effetti lì la cosa più inverosimile non è tanto la magione infestata da spettri ed ectoplasmi di ogni tipo, ma il fatto che la figlia dodicenne di Eddie Murphy, probabilmente dopo un misero corso estivo o giù di lì, parli correntemente latino molto meglio di Seneca. In confronto, i miei cinque anni di classico sono bruscolini, visto che l’unica cosa che mi ricordo bene è che “odi et amo” si deve pronunciare “odi et amò”, e ogni tanto qualche brocardo sparso, mentre il resto è totalmente avvolto dalla nebbia della Val Padana.
 
I dialoghi mi hanno fatta letteralmente spisciare. Continuavo a pensare “ma LOL” ogni volta che Adèle apriva bocca. Ora, ci sarebbe qui da valutare la questione per cui l’uso e l’abuso di internet e degli annessi sociali network mi hanno fatto disimparare a ridere normalmente, sostituendo al classico “ahahaha, che figata” le abbreviazioni più in voga nella rete, ma lo farò in altra congiuntura, altrimenti vado fuori tema, se questo post mai ne abbia uno. Ah, già, è il film. 
 
Tornando appunto ad “Adèle e il mistero della pietra azzurra nel segno del destino”, posso dire che è un film che si inserisce nella mia personale epoca dell’anno in cui sento l’irrefrenabile disio di vedere un film francese. Non che ne abbia visti poi così tanti di film francesi, è vero, ma da un paio d’anni a questa parte mi è capitato di addentrarmi, superficialmente, invero, nella cinematografia d’oltralpe. “Il favoloso mondo di Amèlie” è ufficialmente iscritto nella lista dei miei cult personali: ogni volta che vedo la scena in cui Amèlie aiuta il cieco ad attraversare la strada, makes my day, come si dice in gergo, mi fa la giornata. E non posso fare a meno di pensare che la vita è bella. In ordine cronologico, l’ultimo francese che mi sia capitato di vedere, escluso “Adèle e il mistero delle pagine perdute del prigioniero di Azkaban”, e che mi ha fatto letteralmente scompisciare dalle risate, è “Il piccolo Nicholas e i suoi genitori”, in cui, manco a farlo apposta, Louise “Adèle” Bourgoin ha un piccolo ruolo, una fioraia che ha la sfiga di incrociare il cammino di Nicholas e dei suoi casinari compagni di scuola. Poi, ovviamente, ho gravi, gravissime mancanze: non ho mai visto Léon, per esempio, che guarda caso è un film di Luc Besson, il regista di “Adèle e l’ultima crociata al centro della Terra”. E questo va senz’altro nella lista delle cose da fare, appena avrò depennato le voci “bandire gli scooteroni dal mondo”, e “bandire i passeggini dalle Fiere di San Settimio”.
 
Menzione a parte, poi, merita Louise Bourgoin, l’attrice che interpreta Adèle. Da quanto mi è stato dato comprendere, è un misto di Caterina Guzzanti e Victoria Cabello d’oltralpe, con l’aggiunta del fatto che è indubbiamente, inequivocabilmente, insindacabilmente, inappellabilmente, folle. Del tutto squinternata. Infatti, guardando i video di lei su YouTube, non parlando per niente il francese dire che mi sono incomprensibili è un eufemismo, ma una cosa, invero, l’ho capita: che è completamente fuori di testa. E la cosa mi piace. In effetti, dopo essermi destreggiata tra i milioni di pollici in su a commenti in cui la gente non fa che ripetere ad nauseam “elle est geniale”, “je l’adore”, “elle est vraiment trop drôle”, e altri di tal fatta tutta uguale, e che hanno ben poco a che fare con la questione dell’ “è fuggita una paziente da psichiatria”, i pochi commenti scritti in un idioma a me comprensibile, quello di Albione, suonavano così: “this woman is renowned and admired for her own special way of being crazy” (questa donna è famosa e ammirata per il suo modo speciale di essere pazza), “This woman is crazy!!!” (questa donna è pazza), “It’s crazy! Whatever it is I love it!!!” (da pazzi! Qualsiasi cosa sia, lo amo!). 
 
L’ultimo commento è, comunque, piuttosto esplicativo anche della mia situazione. In genere, prima di scrivere un post, passo un bel botto di tempo a fare ricerche riguardo all’argomento che andrò a trattare per non scrivere troppe baggianate. Ebbene, YouTube è pieno di video di lei a “Le grand journal”, un rinomato programma della tv francese, solo che non ho la più pallida idea di cosa stia facendo/dicendo in quei video. La gente ride e sghignazza tutto il tempo e io non la benché minima idea di cosa stia succedendo. Nelle poche, pochissime informazioni, peraltro molto sbrigative e discordanti tra loro, che sono riuscita a raccogliere in lingue che non siano transalpine, ho capito che quello che faceva era una rubrica meteorologico-pseudo-letteraria a mo’ di sberleffo di tutte le ragazze sgallettate che circolano in tv, tutto fisico e niente cervello. Mi chiedo, in effetti, se Louise sia a conoscenza della situazione televisiva italiana: credo che lì, perfino il suo geniale umorismo (che peraltro io non capisco perché non parlo francese ma mi fido dell’utenza entusiasta di YouTube) avrebbe ceduto le armi. 
 
Ad ogni modo, sembrano tutti concordi: oltre che incredibilmente pazza, a quanto pare è “geniale”, “troppo divertente”, “troppo forte”, “adorabile”, “perfetta” (ma stiamo parlando di Louise Bourgoin o di Mary Poppins?) e c’è addirittura chi deve fare i conti con Cupido (“credo di essermi innamorato”). Ora, l’ultima è una cosa che potrebbe aver detto Jude Law: a giudicare da certi sguardi che lanciava quando era ospite nel suo programma, se io fossi stata la tipa con cui si intrallazzava (ehehehe, magari!) il bel britannico all’epoca (era il 2008), mi sarei preoccupata. Molto. E non sono l’unica ad averlo notato: “Jude Law is in love”, “If Jude was giving me those looks, I couldn´t even breath…”. Gnnn… anche se solo platonicamente, beata lei.
 
Tra l’altro, e questo lo devo dire, il fatto che per insormontabili barriere culturali non riesca ad inquadrare il personaggio a dovere, non riesca ciò ad apprezzarlo quanto sembra si meriti, ho toccato il punto di non ritorno costringendomi, per dovere di cronaca, a comprare “Grazia”. Ebbene sì; l’edicolante di fiducia, che mi ha sempre visto comprare la “Gazzetta dello Sport” o, finché non mi sono abbonata, Ciak, ha assistito alla scena epica ed irripetibile della sottoscritta che entra a chiedere con flebile voce Grazia, appunto, dopo che grazie a Twitter avevo scoperto che proprio Louise vi campeggiava in copertina. Questo perché nella speranza che un’intervista in italiano mi fosse d’aiuto nel tentativo di capire chi sia, cosa faccia, perché piace proprio a tutti (l’intervistatrice ci fa presente che i suoi fan vanno dai sei ai novanta anni: credo che, nel mondo, esista solo un’altra persona che può vantare una cosa del genere, e questa persona è Cristina D’Avena). Ad ogni modo, il risultato del mio acquisto è stato un impercettibile passo avanti nella mia indagine e un passo indietro nella mia oculata gestione delle finanze: un euro e cinquanta (sono qui del tutto consapevole di sembrare Zio Paperone) buttati in un giornale che per più della metà è costituito da pubblicità modaiole, che mi hanno sempre inquietato fin da quando ero una giovane ed ingenua pulzella d’Orleans.
 
C’è da dire comunque che forse il mio subconscio ha un po’ lavorato contro questa mia repentina caduta di stile: mi sono presentata in edicola con scarponcini, jeans, giacca con protezioni della Dainese e casco, avendo cura di lasciare la mia Honda Shadow giusto davanti all’ingresso. Ochèi, forse non proprio, era una bella giornata autunnale e dovendo fare un paio di commissioni, ho pensato bene di far sgranchire le ruote di Sally Drew. La qual cosa ha comunque ha fatto sì che preservassi, alla fin fine, un po’ di amor proprio.
 
Proseguendo comunque nella mia indagine, utilizzando stavolta strumenti che sonno senz’altro più consoni di “Grazia” per inquadrare un’attrice, leggendo un articolo su Ciak scopro che in patria è molto famosa per la sua imitazione di Carlà, la première dame di Francia. L’unico commento in italiano sul tubo che sia riuscita a reperire sentenziava, abusando di maiuscole, “è lei!”. E, come se non bastasse, tanto per restare in tema famiglia Sarkozy, famosa è anche la sua imitazione di Jean, figlio del nanerottolo presidente francese. Tutto in famiglia, insomma.

Ora, poiché credo di aver vagliato ogni questione di cui mi ero prefissa di parlare, poiché non so più cosa scrivere senza correre il rischio di abbandonare lo spirito spoiler free della cui essenza sono riuscita ad impregnare cotale post, considerando il fatto che il post sul concerto, udite udite, di Cristina D’Avena scalpita perché venga scritto al più presto, sarà, credo, ora di chiuderla qui, dopo oltre cinque pagine, prima che Francesca the roommate, a seconda di cosa trovi più allettante, mi denunci o mi accoltelli nel sonno, come ha già minacciato di fare, perché sono un tantino troppo prolissa. Puah, quanto poco rispetto per l’arte. Francesca, I got my eyes on you, sappilo.
 
P.S. parte di questo post è stata scritta on the road sulla corriera di ritorno a casa dalla città dimenticata da Dio, in serio sprezzo del rischio di vomitare tutto il ben fatto a causa della strada particolarmente tortuosa, ed è mia premura dare a Cesare quel che è di Cesare: menzione speciale va a Giada che si è fatta carico di proteggere con la sua vita il MacDreamy, mentre io regolarizzavo la mia corsa timbrando il titolo di viaggio. Anche se…