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HEY STEPHEN, THE REST OF THE SUN BELONGS TO ME
Sabato, 21 Agosto 2010, 00:27
Sottotitolo: Ars blaterandi.

Inizio intermezzo musical/depresso
La playlist che ho creato ad hoc per conciliare la scrittura di questo post, e che per qualche recondita ragione nascosta nei meandri della mia psiche ho chiamato “Ammaccabanane”, è un mix di Sonata Arctica e Taylor Swift. Accostamento che, sebbene possa sembrare bizzarro quanto il cognome del frontman dei Sonata, ha comunque una sua logica, la cui ratio giustificatrice è rintracciabile nel detto “fortunati nello showbiz, sfigati al cubo in amore”. E infatti, mano ai testi, il povero Tony Kakko (ve lo detto che il cognome era bizzarro) non riesce mai ad accalappiare una ragazza che sia una e Taylor viene puntualmente scaricata. In entrambi i casi mi chiedo come ciò sia possibile e, non avendo ancora trovato una risposta a tale scottante quesito, ho fatto questa playlist perché possano consolarsi a vicenda.
Ma non facciamoci rattristare troppo dalle tribolazioni amorose di quei due poveri cuccioli, perché se trovassero l’altra metà della mela probabilmente non scriverebbero dei pezzi così buoni. Per un attimo mi è balenato in mente che magari sono entrambi single (o perlomeno Tony lo era, mica l’ho capito) per riguardo a noi fan. Vabbé, dopo questa scempiaggine poniamo fine all’intermezzo musical/depresso e veniamo a noi.
Fine intermezzo musical/depresso.
Lo so, non siete psicologicamente pronti per un altro post a così poca distanza dall’ultimo, ma di ritorno dall’ennesima gita a Roma, un paio di righe, o diciamo pure millequattrocento, mi garba buttarle giù. Ma cosa volete, finché il criceto nella mia testa continuerà a correre e la ruota a girare, continuerò a sfornare post, che vi piaccia o no.
Roma, dicevo. Per quanto questo post prenda spunto dalla gita nella città eterna, non sarà certo un barboso diario di viaggio. Per cui non vi dirò che ho visto il Colosseo, l’Arco di Costantino, il Foro e i Mercati di Traiano, il Vittoriano con annesso Museo del Risorgimento, Piazza Venezia, il Pantheon, la Fontana di Trevi, Piazza Navona, Piazza San Pietro con annessa basilica e tombe papali, Piazza di Spagna, il Quirinale, Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi, che detta così più che una gita, in effetti, sembra un’esperienza extracorporea dentro al libro di diritto costituzionale. E non vi dirò neppure che mi sono sbrodolata con la granita (con quella che l’ho pagata ero tentata di mangiarmi la maglietta per una questione di principio), che sono inciampata su un portacenere in ferro battuto di ottomila chili che cadendo per poco non mi ha fracassato tarso, metatarso, San Martino del Carso e Paolo di Tarso e che la testa di mio cugino piccolo all’occorrenza è un ottimo trespolo per cocorite. Niente di tutto questo.
Quello che vi interessa sapere, e se non vi interessa poco importa perché tanto ve lo racconto lo stesso, è che, durante il viaggio di ritorno, comodamente adagiata tra le pulci dell’Eurostar, il mio estro creativo si è fatto prepotentemente spazio tra il sonno, il mal di gambe, il mal di piedi e il mal di articolazioni che non pensavo nemmeno di avere. Ho preso dunque lo scontrino della libreria della Stazione Termini in cui avevo comprato due fumetti dei Peanuts e ho cominciato ad imbrattarlo con considerazioni di vario tipo. Ora, in effetti io vado sempre in giro con una agendina piena di fogli immacolati perché non sai mai quando possa venirti l’ispirazione, solo che mi scoccia scriverci perché mi piace tenerla immacolata. Il che è un po’ un controsenso: che me la porto a fare, allora? Ma alla fine poco importa, visto che tanto è una agendina che la Pavesi dava in regalo con le Gocciole: se l’avessi pagata, sicuramente ci avrei scritto qualcosa. Balordaggini, verosimilmente, ma pur sempre qualcosa.
Comunque, le considerazioni che avevo parsimoniosamente scarabocchiato sullo scontrino, rimpiangendo al contempo di non avere a disposizione quello della Feltrinelli, lungo in genere otto km e mezzo, su cui sarebbe comodamente entrato perfino il post su Twilight di cui sotto, riguardavano il fatto che la Rowling ha partorito l’idea di Harry Potter in treno, e leggende metropolitane vogliono addirittura che abbia buttato giù le prime idee proprio su uno scontrino. Quindi devo aver pensato (avevo sonno e non sono nemmeno sicura se sono arrivata a pensare qualcosa, qualsiasi cosa, ma facciamo conto di sì) che, giacché ero in treno e giacché avevo in mano uno scontrino, tanto valeva tentare la sorte, visto che Zia Row con questo metodo ha fatto fortuna. E quindi mi sono trovata a scrivere, su uno scontrino, della Rowling che scriveva su uno scontrino. Un esperimento di meta-letteratura all’avanguardia, insomma. Sennonché la Rowling se ne è uscita con Harry Potter e io con questo post. La sproporzione mi uccide.
Che poi, chi me lo dice che zitta zitta non riesca a pubblicare qualcosa anche io? Potrei farmi l’abbonamento sulla tratta Jesi-Abbiategrasso e chissà che non mi venga una buona idea, andando avanti e indietro, per un libro o per qualsiasi cosa che possa essere stampata e fatta circolare: un pamphlet, un cahier de doléances, un volantino, un opuscolo, una brochure, il menù di un ristorante, la guida Michelin. E già mi vedo, pubblicata e coperta di gloria, sullo scaffale di una prestigiosa libreria, tra le ricette di Suor Germana e il “Manuale delle Giovani Marmotte: Speciale Campeggio”.
Solo che prima di vedermi pubblicata tra i “101 modi per piantare una tenda” e “101 modi di cucinare l’abbacchio al forno”, c’è un’insignificantissima questione da prendere in considerazione, una quisquilia, un’inezia: non ho la più pallida idea di cosa scrivere. E’ pur vero però che scrivere del fatto che non ho niente da scrivere significa comunque scrivere qualcosa, ma questo è un dettaglio. E potrei continuare scrivendo del fatto che ho scritto del fatto che non ho niente da scrivere, che significa comunque aver scritto qualcosa. E la cosa continuerebbe con me che scrivo del fatto che ho scritto del fatto che ho scritto del fatto che non ho niente da scrivere, che significa comunque aver scritto qualcosa. E potrei andare avanti così all’infinito e ne verrebbe uno scioglilingua senza precedenti. E poiché già con “tigre contro tigre” dopo due secondi mi si annoda la lingua e comincio ad emettere il suono di un elettrodomestico inceppato, certo non uscirebbe nulla di buono in una eventuale lettura pubblica del mio capolavoro. Per cui sto qui, a fissare la pagina bianca, triste metafora di quella landa desolata che è il mio cervello, il quale si rifiuta di collaborare e di cercare un argomento manco a parlarne. Tutto ciò che mi è venuto in mente è stato: “rem tene, verba sequentur”. Il che è del tutto inutile dato che non ho, al momento, alcun argomento da padroneggiare e, di conseguenza, alcuna parola da far seguire.
Per forza di cose, dunque, continuerò a rifugiarmi nella mia fantasia, che pascola libera e felice lungo i verdi ed immaginari prati del successo dove, incoronata d’alloro (eventualmente riciclabile con l’abbacchio di cui sopra) già vedo il mio libro pubblicato in prestigiose edizioni, con la copertina realizzata da Silvia Ziche e la prefazione di Alessandro Baricco, una tiratura di milioni di copie e tradotto nelle lingue più disparate (il sanscrito e le rune della Terra di Mezzo sono opzioni molto sfiziose) e un contratto per una riduzione cinematografica made in Hollywood.
E così, mentre sto qui ad aspettare, nell’ordine, un’idea, un agente e un assegno con qualche manciata di zeri, mi consolo con il mio file .pages di ben sei fogli pieni zeppi di complimenti per la mia ars scrivendi ad opera di lettori capitati qui per caso o coartati in vario modo, amici e conoscenti vari. E vi dirò di più: qualcuno di questi complimenti è pure sincero. Probabilmente quello di Snoopy.
E nel frattanto continuo a viaggiare pesantemente di fantasia, perché la realtà sarebbe sicuramente dura e cruda. Come questa, in poche parole.
P.S. Se state cercando una rispondenza tra titolo e post… beh, non fatelo.